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La ragazza del Juke-Box (4)

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Elena ha rilevato il vecchio negozio di fiori della nonna ed è pronta ad iniziare un nuova vita nel paesino di Cala della Sirena. Ma il suo negozio fa gola anche a qualcun altro, che è disposto a fare carte false per sfrattare la piccola fioraia ed aprire un konditori in perfetto stile svedese…

4.

 

«Ma tu guarda chi c’è! La ragazza del juke-box!»

Elena rimase folgorata dalla sorpresa. Le chiavi nella toppa, la mano destra attorno alla maniglia e la sporta della spesa nella sinistra, la ragazza deglutì e si voltò. Lentamente. Fino a che i suoi occhi non incontrarono un sorriso malandrino e uno sguardo azzurro – indaco! – che faceva capolino da dietro le lenti a specchio degli occhiali da sole.

Sorridi. Sorridi e non scappare come hai fatto ieri!

Elena si sforzò di stirare le labbra in un sorriso il più possibile di facciata, che nascondesse all’altro quanta voglia avesse di chiudersi la porta di casa alle spalle e lasciarlo lì fuori. Sentì le labbra tirare. Erano secche e screpolate.

Perché bevi poco!, si sentì rimproverare, vincendo l’impulso di leccarsi le pellicine.

«’giorno…», disse, anche se il suono che uscì dalla sua gola assomigliava più ad un rantolo bizzarro, o al verso improbabile di un animale, uno di quelli scappato dalle pagine di un bestiario medievale. Che verso avrebbe fatto l’ippogrifo? E la manticora? E il grifone? E…?

«…ieri?»

Elena sbatté le palpebre.

Ecco, l’ho fatto di nuovo, si disse. Si era smarrita per sentieri tutti suoi ed aveva smesso di ascoltare. E lui, adesso, la guardava, in attesa di una sua risposta; perché è così che succede, in un dialogo: uno parla, l’altro ascolta e poi ci si scambiano le parti. Altrimenti, si chiama monologo. E il ragazzo dagli occhi indaco non sembrava affatto intenzionato a parlare da solo.

«È piovuto molto, eh?», aggiunse lui, come a volerle tirare una ciambella di salvataggio, uno di quei salvagenti enormi colle bande bianche che apparivano sul ponte della Pacific Princess. «Per tutta la notte…»

Avanti! Non puoi startene a giocare alla bella statuina in eterno!

«È un brutto momento?», chiese lui. «Posso ripassare, se credi…»

«Eh? Ah! No, no. Figurati! Scusami, è che la mattina fatico sempre un po’ a carburare.»

La mano destra di Elena abbandonò la maniglia e la ragazza si voltò.

«A proposito. Non ti ho ancora ringraziato per ieri.»

«Figurati», rispose lui, sollevando appena le spalle. Si avvicinò di un paio di passi, le mani sprofondate nelle tasche dei pantaloni e gli occhiali sollevati sulla testa. «È che quei cosi sono fuori tempo massimo. È normale che si inceppino ogni santa volta, ma Enzo sa essere più cocciuto di un mulo…»

Elena annuì. Le stesse parole che ha usato Tommaso, pensò, poi gli chiese: «Come mi hai trovato?».

Non poteva essere stato il fratello di Marina a dargli il suo indirizzo, di questo ne era certa. Ma allora come aveva fatto, se nemmeno si erano scambiati i convenevoli del caso?

Non sarai uno stalker, vero?

Lui le rispose con uno sguardo stupito, poi disse: «C’è un errore. Non stavo cercando te.».

«E allora che ci fai qui?»

«Ho bisogno di un fioraio, e qualcuno mi ha detto che ne aveva aperto uno al posto di quello di Isabella…» Si avvicinò di un altro passo, poi indicò le mani di Elena con un cenno del mento. «Sai credo seriamente che dovresti mettere la spesa in frigo.»

«La… la spesa?» Elena sbatté le palpebre, poi abbassò lo sguardo sulla sporta che stringeva nella mano sinistra. «Oddio, i surgelati!»

Si voltò di corsa, aprì la porta e sfrecciò su per le scale come se avesse un petardo sotto ai piedi. Aprì la porta di casa, entrò di corsa in cucina e spalancò il congelatore del frigorifero, infilandovi quasi alla cieca la vaschetta del gelato, i bastoncini di pesce, il minestrone e i filetti di sogliola. Richiuse lo scomparto con un sospiro, sistemò il resto della spesa e solo quando lo sportello del frigorifero si chiuse con un suono attutito, Elena si ricordò del suo ospite inaspettato.

E adesso che faccio?, si chiese.

Scendi, vedi che vuole e lo mandi via, ché hai da lavorare! E magari, visto che ci sei, puoi chiedergli chi gli ha detto che stai per aprire un’attività, che ne dici?

Elena si disse che era una buona idea. Forse il consiglio di Alessandro aveva portato frutto. Così eliminò una piega inesistente dalla maglietta a righe, strinse l’elastico attorno alla coda, si schiarì la voce e trasse un sospiro. Coraggio, si disse, ignorando la versione sciatta di se stessa che la osservava dallo specchio, quella con cui faticava a venire a patti da quando Drew se n’era andato. Scese i gradini a due a due e uscì.

Lui era ancora lì, ad aspettarla sotto il tiglio, le mani nelle tasche e lo sguardo ad esaminare la casa.

«Scusa l’attesa…»

Lui abbassò lo sguardo su di lei.

«Tutto a posto?», chiese. Lei annuì. «Bene. Mi sarebbe dispiaciuto farti buttare la spesa per colpa mia. Marco», disse lui, porgendole la mano.

«Elena.»

La sua stretta era calda e forte e avvolgente. Piacevole. Come la tazzina di caffè della domenica mattina, quando anche il mondo attorno sembra stropicciare gli occhi con lentezza. Marco trattenne le dita – grandi quasi il doppio delle sue – poi sciolse la presa. Lo vide rilassarsi e sorriderle.

«Bel posto», disse indicando la casa con un cenno.

«Grazie. Ho fatto tutto da sola», disse Elena soddisfatta, le mani sui fianchi e una nota di rossore a colorarle le guance. «Ma sono ancora in alto mare. Spero di farcela per l’inaugurazione.»

«Quindi non hai ancora aperto?»

Cos’era quella nota allarmata nella sua voce?

«No. Come vedi sono ancora nell’occhio del ciclone. Se ne parla per dopo Ferragosto, non prima.»

«Ma hai aperto la partita IVA, vero?»

E a te che te ne frega?, pensò Elena, prima di autocensurarsi e chiedergli: «Perché me lo chiedi?».

«Tranquilla, tranquilla. Non sono del fisco», disse lui, mostrandole i palmi delle mani. «È che ho un bisogno disperato di un fioraio.»

«Mi spiace, non posso aiutarti. Hai provato da Jacopo, in piazza? Quello vicino alla chiesa», gli disse, dandosi della stupida l’istante successivo. Certo che aveva provato da Jacopo. Mezzo paese si affidava al gusto di Jacopo e di sua moglie Gioia. Che sono in ferie fino a domenica prossima, le ricordò la sua mente.

Marco scosse la testa. «In ferie», sospirò. «Adesso sì che sono nei pasticci…»

Elena piegò la testa da un lato, poi disse: «Se è solo per un mazzo di rose, puoi chiamare Interflora e…».

«No, tu non capisci!», e Marco le prese entrambe le mani nelle sue. Il suo viso si avvicinò a quello di Elena, e il suo dopobarba al sandalo avvolse le narici della ragazza in un abbraccio improvviso. «Io ho un bisogno disperato di un fioraio. Non puoi aiutarmi tu, Elena?»

«I… io?» Lei indietreggiò con le spalle, gli occhi incatenati in quelli indaco di Marco. «Ma come posso…»

«C’è un matrimonio da salvare, e se non trovo un fioraio, andrà tutto a rotoli!»
«Allora?»

«Sempre sessanta minuti.»

Marco sbuffò. «Senti, ciccio…»

«Che ti ha detto la tua piccola fioraia?»

«Che ci penserà», rispose Marco scalando in terza. «Ma si vedeva lontano un chilometro che mentre parlavo si stava facendo due conti.»

«Dici che accetterà?»

«Dico di sì.» La sua Cinquecento blu notte si fermò ad un semaforo pedonale, e Marco attese che famigliole ingombre di materassini e stuoie e borse frigo attraversassero il lungomare, dirette agli stabilimenti o alle spiagge libere attrezzate. «È ancora a carissimo amico, ma accetterà. Una ristrutturazione costa e lei ha bisogno di soldi.»

«E chi non ne ha?», replicò Shura.

«Parole sante», disse Marco ingranando la prima e partendo, il mare alla sua destra che luccicava come una moneta appena uscita dalla zecca. «Adesso non ci resta che aspettare, e vedere se il pesciolino abboccherà all’amo.»

«Lo spero. O tua cugina mi caverà gli occhi.»

«Ma come, hombre? Ti sei già pentito della sfuriata?»

«No. Ma non mi piacciono le situazioni poco chiare, lo sai.»

«Hn», mormorò, lasciandosi il mare alle spalle e puntando verso casa. «Avete fatto pace?»

«No. Aspetto che mi chiami lei, altrimenti pretenderà quelle bottoniere grosse come uova di Pasqua, e chissà quale altra idiozia…»

«Giusto. Lascia fare a me. Vedrò di ricondurre mia cugina a più miti consigli», disse, svoltando a destra ed imboccando la strada di casa.

«Ti devo un favore.»

«Scherzi? E dove lo trovo un altro che se la sposa?», disse e attaccò.

Marco sorrise. Shura non sapeva che Francesca aveva pianto fino ad addormentarsi e che adesso, con tutta probabilità, stava ciabattando per casa in attesa che il telefono squillasse. Sarà il caso di dare una mano alla fortuna anche su quel fronte, si disse il ragazzo, entrando nel garage e spegnendo il quadro dell’automobile.

 

Dalle vetrate filtrava un caldo raggio di sole che disegnava una merlettatura di foglie sul parquet lucido del negozio. Elena guardava quella trina d’ombra con aria assente, nelle mani il biglietto su cui Marco aveva annotato il suo numero di telefono.

«Pensaci», le aveva detto, prima di uscire dal negozio e montare in auto, sparendo dopo la prima curva. E lei ci aveva pensato, alla sua proposta. Eccome se l’aveva fatto. Ma quelle parole l’avevano lasciata con un pugno di perplessità tra le dita e l’antipatica sensazione di trovarsi in bilico sul proverbiale filo di lana.

Seduti su sedie di fortuna, aveva ascoltato Marco raccontarle dei guai di sua cugina, che, ad un passo dal sì, si era ritrovata senza fioraio.

«Quindi, perché non te ne occupi tu? Potrebbe essere una buona occasione per farti un nome, adesso che Jacopo è chiuso…», le aveva detto, e nel cervellino di Elena si erano fatte strada diverse possibilità, una più rosea dell’altra, illuminate dal sorriso di Marco; ma adesso che lui era andato via, tutta la questione assumeva tinte più cupe e meno entusiastiche.

Elena sospirò. Marco aveva ragione, anche se quella ragione portava acqua al suo mulino. Un matrimonio era sempre un modo per farsi conoscere. O, quantomeno, era un lavoro. Un lavoro pagato. Non avrebbe potuto chiedere chissà quanto per un bouquet, delle bottoniere e qualche calla da sistemare a casa della sposa e per le scale, ma quei soldi erano pur sempre una boccata d’aria, un gruzzoletto da mettere da parte per spese impreviste.

Il problema era un altro.

Sarebbe riuscita a portare avanti i lavori e ad occuparsi di questa commessa?

Sarebbe stata in grado di gestire le crisi di nervi di una sposa?

Sarebbe riuscita a fare un buon lavoro?

Sua nonna sì, senza ombra di dubbio, ma Isabella era nata fioraia, lei no. Lei aveva una laurea triennale in Filologia Romanza in sospeso e qualche lavoretto alle spalle per pagarsi gli studi. Ripetizioni, commessa il fine settimana e barista in un pub il venerdì sera. Cose così. Tutto quello che sapeva sui fiori, l’aveva appreso guardando le mani rugose di sua nonna intrecciare ghirlande, realizzare bouquet, incartare eleganti composizioni regalo. Ma lei, cosa ne sapeva di come si organizza un matrimonio?

Nulla. Zero assoluto.

Ma se mai impari, mai potrai cimentartici!

Ma se viene fuori una mezza schifezza? Affosserò il nome del negozio prima ancora dell’apertura!

Sospirò. Abbassò lo sguardo sul biglietto colla grafia di Marco.

La Fortuna è cieca e calva, e la si deve afferrare per l’unica ciocca di capelli che ha sulla fronte. Ecco il significato del verbo acciuffare, ripeteva sempre il professor Brindisi, dietro la sua cattedra polverosa, ed Elena si chiese se il suo professore di Filologia Romanza le avrebbe consigliato di buttarsi o se, come lei riteneva più probabile, le avrebbe citato qualche mistico medievale – o il sempreverde Bernardo di Chiaravalle – per consigliarle di affrontare le sfide solo dopo essersi preparata.

Non era la litania che ripeteva agli esaminandi che si trovava costretto a bocciare?

Certo che lo era. Eccome se lo era.

Il trillo del telefono la riscosse dai suoi pensieri. Elena posò il biglietto col numero di Marco accanto al registratore di cassa, frugò nella sua borsa e rispose.

«Pronto?»

«Che fine hai fatto? Stavo per preoccuparmi!»

Marina. Che era già preoccupata, anche se non l’avrebbe mai ammesso, nemmeno scuoiata viva.

«Sto bene. Ho solo avuto da fare…», disse Elena, osservando il negozio ancora vuoto. «La pausa da Ettore è stata più lunga del previsto.»

«È successo qualcosa? Tommaso mi ha detto che sei passata, ieri, ma che sei sparita all’improvviso.»

«Ero senza ombrello e mi sono scapicollata per rientrare in tempo. Hai visto che sgrullone è venuto giù, no?», disse.

Non era poi una bugia, a dirla tutta. Solo un’omissione. Alta un metro e ottantacinque, spalle larghe e profondi occhi indaco. E un dopobarba al profumo di sandalo, pensò Elena.

Marina chiacchierò di facezie e lei le tacque di Marco e dell’attacco di panico che quell’incontro le aveva causato. Si disse che non avrebbe dovuto aggiungere altre preoccupazioni a quelle di una donna in dolce attesa, ma dentro di sé Elena sapeva di starsi raccontando una pietosa bugia. Voleva lasciare Marina fuori da quella questione perché sapeva già quello che le avrebbe detto, e temeva, Elena, che le incursioni dell’amica nella sua vita si sarebbero fatte più pressanti. Lei aveva solo voglia di starsene da sola, per lavorare sodo come un mulo e raggiungere il traguardo che si era prefissata.

Quando la sera prima, rannicchiata sul fondo della vasca, aveva trovato la forza di chiamare Vittorio senza che le si incrinasse la voce ad ogni sillaba, lui le aveva detto chiaro e tondo di affrontare di petto la questione.

«È solo una piccola ricaduta, Elena. Sei inciampata dopo quanto? Sei mesi? E allora? Anche se inciampi, puoi sempre riprendere a camminare spedita, no?», le aveva detto la sua voce rassicurante. «Devi smettere di avere paura, Elena. Altrimenti non potrai mai prenderti cura di Irene. Provaci. E se non ce la fai da sola, hai il numero di mio fratello. Chiedi. Aiuto.»

Elena sospirò.

Chiedere aiuto. E nella sua mente si fece giorno all’improvviso.

«Mi hanno offerto un lavoro», disse. Tutto d’un fiato.

Marina tacque, di un silenzio stizzito e perplesso. L’aveva interrotta mentre le stava raccontando qualcosa di importante, qualcosa che lei non aveva ascoltato. «Davvero?», chiese. Stupita.

«Un addobbo per un matrimonio. Il bouquet, le bottoniere e i fiori per l’uscita della sposa. Cose così.»

«Hm», mormorò Marina dall’altra parte del telefono. Elena sorrise. Aveva sentito le rotelline nel cervello dell’amica mettersi in moto. «Che intenzioni hai?»

«Ci devo ancora pensare. Non l’ho mai fatto prima d’ora, e…»

«Se ti serve una mano…»

«…posso contare su di te ed Alessandro. Lo so, Marina. E ti ringrazio di cuore. Ma stavolta devo affidarmi a qualcuno del mestiere, semmai io volessi lanciarmi in questa pazzia.»

«Non hai ancora deciso.» Non era una domanda.

«No. Voglio prima conoscere la sposa, per capire i suoi gusti e cosa si aspetta da me. È rimasta senza fioraio ad un passo dall’altare, e l’ultima cosa di cui ho bisogno è una principessa viziata da accontentare…»

«Mi sembra logico», ribatté Marina, ma Elena sapeva che l’amica si stava lambiccando il cervello per scoprire chi mai potesse essere la sposa in questione. «E col negozio, come farai?»

«Lavorerò di giorno e preparerò l’addobbo di sera, così non si rovineranno i fiori. Ma prima devo scoprire se qualcuno dei fornitori di mia nonna è ancora aperto, e se è disposto ad aiutarmi durante questi venti giorni. Anzi, è il caso che mi dia una mossa.»

«D’accordo. Fammi sapere. E in bocca al lupo!»

«Crepi!», e Marina attaccò.

Elena strinse tra le dita lo smartphone e si ripeté: Posso farcela. Posso. Farcela, prima di aprire la rubrica, digitare un nome e far partire la chiamata.

Ci furono tre, quattro squilli, prima che dall’altra parte rispondessero: «Pronto?» con accento marcato che le strappò un sorriso.

«Yngwie? Come stai? Sono Elena…»

Note:

… ho bisogno di un mese di mare. Trenta giorni a tu per tu con l’acqua, la sabbia, lo iodio e la salsedine. Si nota?
E in tutto ciò, buon inizio settimana!!

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