scrittura

«Che mi venga un colpo!»

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Ho smaltito una quantità esorbitante di libri nei primi sette mesi del 2017 – una trentina, credo – ma siccome ho smesso di tenere il conto quasi subito, mi tocca andare a spanne.
Ad ogni modo, la lettura digitale è stata una mano santa che mi ha permesso di macinare pagine su pagine prima di andare a dormire, tranne in un caso. Perché c’è sempre l’eccezione che conferma la regola, e quest’eccezione è un romanzo che mi è stato inviato perché lo recensissi ma che purtroppo non sono riuscita  a terminare.
Dopo un inizio tutto sommato scorrevole, la lettura s’è incagliata in una serie di secche via via più insopportabili. Si dice il peccato, ma non il peccatore, raccomandava sempre mia nonna; e così farò io, perché non è importante sapere chi abbia commesso questo peccato, quanto il peccato stesso. O chi è stato a consentire codesto peccato. Perché, diciamocelo, quando leggo certe cose all’interno di un romanzo pubblicato – seppur con la scorciatoia del self publishing – io mi chiedo dove caspita fosse finito l’editor quando c’era bisogno del suo intervento.

 

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Una di queste secche è rappresentata dell’espressione colloquiale “gli prese un colpo”; espressione che va benissimo, capiamoci, all’interno di un dialogo, ma la musica cambia se è la voce narrante ad avere queste svisate.
La scena è questa: due ragazzi entrano nella bottega di un pasticcere (e sorvoliamo sul fatto che all’epoca in cui è ambientato questo romanzo storico le pasticcerie non esistevano), sussurrano tra loro, poi uno dei due sente un rumore che lo spaventa e lo congela sul posto.
Ora, l’espressione che si usa di solito, per queste situazioni è “gli prese un colpo“, o “gli venne un colpo“; l’autrice in questione scrive “si prese un colpo”, forma sballata perché, così scrivendo, sembra quasi che il nostro protagonista si sia preso una randellata sulla schiena. Invece il pasticcere non entra in scena a chiedere ai due monelli conto e ragione della loro intrusione nel suo negozio. Il ragazzo ha solo sentito un rumore sospetto e s’è spaventato a morte.

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Ora, per maggiore sicurezza, ho controllato il Garzanti Linguistica online e al punto sette riporta:

7. forma abbreviata di colpo apoplettico | grande stupore o spavento: quando l’ho saputo m’è venuto, m’è preso un colpo; che mi venga un colpo!, per esprimere stupore, meraviglia; che gli venga un colpo!, come imprecazione

Inoltre, il dizionario ci riporta l’etimologia della parola “colpo”, che deriva dal latino colpu(m), per il class. colăphu(m) e dal greco kólaphos ‘schiaffo’.
Ora, è vero che uno si può anche prendere uno schiaffo (“Giulio tirò le trecce ad Anita e si prese un sonoro ceffone”), ma quando il significato è quello del colpo apoplettico, la musica cambia. Il colpo apoplettico assomiglia molto ad una mazzata tra capo e collo, solo che uno non è conscio di riceverla se non dopo averla ricevuta.
Citando una nota pubblicità di assicurazioni, potremmo dire “Because strokes happens”, e non sono certo esperienze che uno si va a scegliere.
Ora, i regionalismi sono sempre dietro l’angolo, ed ho anche sentito persone alludere a questa stessa situazione usando l’espressione “ho fatto un colpo” (e io me le sono immaginate colla bandana sulla bocca e le rivoltelle ancora fumanti in pugno e i sacchi coi dollarozzi sulle spalle), ma quando si scrive, i regionalismi andrebbo lasciati fuori dalla stanza.

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Io mi rendo conto che chi scrive sia genuinamente convinto di possedere un discreto bagaglio culturale; ma la voce dialettale è sempre dietro l’angolo, perché, per quanto noi si sia madrelingua, la nostra vera lingua madre è il dialetto.
L’italiano è la lingua della cultura, quella che ci identifica a livello nazionale, che fa sentire sodali un barese e un valdostano – no, pisani e livornesi sfuggono a questa regola – e li fa sentire appartenenti ad uno stesso qualcosa, un sottinsieme della razza umana classificato come Italia.
Ma la lingua del cuore, la lingua degli affetti è il dialetto. C’è poco da fare. È una lingua informale, che si respira tra le mura domestiche, per le strade del quartiere, nelle botteghe e al bar con gli amici. È la lingua che usiamo quando lasciamo che siano i sentimenti a parlare, siano essi d’amore o di rabbia. È la lingua che gli stranieri imparano quando arrivano in Italia, quella che permette loro di farsi capire più facilmente.
Citando Dante – e scusandomi per averlo tirato in mezzo – se mi brucia la casa, lo dico in volgare.
Quando parliamo a qualcun altro attraverso i nostri scritti stiamo comunicando. E per comunicare, utilizziamo una lingua franca, l’italiano. E quest’italiano deve essere il più possibile preciso, scevro dalle ingerenze dialettali. E te lo dico non tanto perché io sia una grammar-nazi (ok, lo sono, lo sono; ma non è questo il punto), quanto perché più sarà chiaro e preciso e puro l’italiano che adotterai, maggiori saranno le possibilità di farti capire.
Anche perché in italiano la tovaglia è quel pezzo di stoffa di forma rettangolare che stendiamo sul tavolo prima di posarci sopra le stoviglie, mentre in crotonese la tuvagghia è lo scarafaggio, e la tovaglia si chiama mesale.

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Questo non significa che il dialetto vada abolito. Il dialetto ha una sua dignità che va preservata; ma il dialetto è anche uno strumento, e come tale va usato con criterio. È utile per arrotondare un personaggio, per delineare la sua appartenenza ad un’area geografica specifica – anche se ritrovarsi con un personaggio bolognese che ripete ad ogni piè sospinto Sorbole!, o con uno romano che saluta tutti con Li mortacci tua!, dopo un po’ stufa e diventa parodia – o anche, perché no?, creare una lingua letteraria come ha fatto Camilleri.
Ma prima di partire in quarta, forse conviene iniziare piano piano, allacciare la cintura di sicurezza, controllare gli specchietti e girare la testolina, prima di accendere il motore.
E magari farei dare anche un controllo a freni e olio, prima di partire per le vacanze. Poi non possiamo lamentarci se l’automobile ci lascia per strada.

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, ribatterai, tanto il mio romanzo lo hanno comprato. Non mi possono chiedere indietro i soldi.
Vero. Verissimo. Gli scrittori, anche quelli esordienti, non sono onlus, ci mancherebbe. Però chi ha avuto per le mani un romanzo poco curato dal punto di vista editoriale, difficilmente tornerà ad acquistare le opere di quell’autore e/o di quella casa editrice. Difficilmente ti costruirai una nicchia di lettori fedeli, se dimostri poca attenzione alle tue stesse idee. Sì, il self publishing è diventato – purtroppo – sinonimo di scarsa qualità, quindi, spesso e volentieri, alle mie lamentele giungono in risposta frasi tipo «Eh, te lo dovevi aspettare…», «Eh, ma che pretendi» e simili.
Il problema sta proprio qui.
Prodotto amatoriale non significa immondizia.
Il prodotto amatoriale mal si concilia con la vendita, perché se vendi un prodotto, qualcun altro, per comprare suddetto prodotto, ti sta elargendo dei soldi. Soldi veri, non quelli del Monopoli. Quindi, si suppone tu debba rispettare certi standard, altrimenti si fa prima a restare davvero nel circuito amatoriale. Wattpad e EFP hanno degli spazi per le storie originali. Usali.
Senza contare che, cosa di gran lunga più importante, un autore esordiente deve crearsi una nicchia di persone a cui piacciano le sue storie, un piccolo zoccolo duro che acquisterà con curiosità un nuovo romanzo quando lo scoverà su Amazon, non farsi terra bruciata attorno perché le sue opere sono una passeggiata in bici per un sentiero infestato dalle talpe.
Essere negligenti e sciatti verso le proprie opere è il peggior autogol che un autore esordiente possa tirarsi. Uno di quelli a porta vuota, per giunta.
Il mio consiglio è sempre lo stesso. Spendi un po’ di tempo in più per curare le tue storie. Affidati ad un editor, o ad un bozzaro; non occorre che siano professionisti, occorre che siano onesti. E ricorda sempre che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo.
Se poi proprio non puoi avvalerti della collaborazione di qualcuno, fai pure da te; ma non avere fretta. mai. Festina lente, diceva Ottaviano Augusto.
E aveva ragione da vendere.

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2 thoughts on “«Che mi venga un colpo!»

  1. Temo che in questi tempi sia anche difficile trovare un editor o bozzaro che abbia una conoscenza tale della lingua italiana da poter correggere un altro. Perché io posso essere bravo finché vuoi, ma non sono uno specialista, quindi mi serve qualcuno che lo sia. E ti dirò, se io che non sono una cima, trovo errori formali in libri pubblicati da case editrici conosciute, non oso pensare chi ha fatto dell’italiano la sua professione.
    Penso che dietro c’è sempre la convinzione di sapere. Pochi hanno l’umiltà di mettersi in discussione nella scrittura, come nella vita.

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    1. Hai ragione: è una questione di umiltà.
      Spesso, capita di dare per scontata una forma verbale e di bollare come scorretta un’altra che ricade nel parlato. O c’è un eccesso di rigore che ci porta ad escludere una forma correttissima e più che dignitosa che però ci suona male.

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