Manuale di Sopravvivenza · scrittura

Manuale di sopravvivenza III – Il marchio di fabbrica

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Quello che tutti i corsi di scrittura ti ripeteranno fino allo sfinimento, più e più e più e più volte, è la seguente frase: trova la tua voce. Tradotto, significa che devi riuscire a trovare un tratto distintivo che ti faccia riconoscere all’istante.
La scrittura – e che riguardi un blog, un romanzo o la lista della spesa, poco importa – è un biglietto da visita importantissimo, unico ed inimitabile. Fa dire al tuo lettore «Sì, è lei» (o lui), dopo poche righe, crea un senso di tranquillità. È come quando vai a trovare un amico a casa sua e ti senti a tuo agio nel suo salotto, con la versione povera della lampada Artemide e i cuscini di Ikea, giusto?
Ecco, vale lo stesso per la scrittura.

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Quando si legge, ci si lascia trascinare per mano dalla voce del narratore, e se quella voce ci piace, stai pur tranquilla che torneremo per un secondo giro di giostra. Anzi, spesso in libreria sento chiedere cose come «Sto cercando un autore à la Camilleri» (o Calvino, o Carver, o Hemingway, o…). Ecco, il motivo che ci spinge a domandare al commesso di una libreria un romanzo à la qualcuno, è perché ci è piaciuto il suo modo di scrivere, la sua voce. Il marchio di fabbrica è un passaggio in più. È quella particolarità così precisa e precipua  che indica, senza ombra di dubbio alcuno proprio quell’autore. Lui e nessun altro.
Sempre tirando in ballo Camilleri, il suo marchio di fabbrica è quello del dialetto agrigentino,. rivisitato e riadattato, con cui fa parlare la voce narrante e i suoi personaggi. S’arrisbigliò, farfanteria, cabasisi, sono tutti termini dialettali che sono entrati non dico nell’uso comune, ma che non suonano più come ostrogoto, anche se il di pirzona pirzonalmente con cui Catarella avvisa Montalbano delle telefonate del Signor Guestori, è ancora un filo ostico.
Il marchio di fabbrica fa parte della trama della storia, come se fosse un filo d’oro intessuto sul rovescio: guardando il dritto te ne accorgi appena, ma lo percepisci. Oh, se lo percepisci, specie se, come avviene in altri casi, il marchio di fabbrica assomiglia più ad un tormentone.

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Nel creare marchi di fabbrica tormentone nessuno batte Shonda Rhimes. L’autrice di Grey’s Anatomy, Private Practice e Scandal ha la mania dei dialoghi. Sì, i dialoghi servono a far parlare i personaggi, a renderli vivi e tangibili; sono i dialoghi che distinguono – seppur a grandi linee – un riassunto da una storia vera e propria. Ma la signora Rhimes ne ha fatto il suo marchio di fabbrica, al punto da caratterizzare i suoi lavori con dialoghi serrati, veri e propri botta e risposta. Non solo; la signora utilizza il dialogo come se fosse un pensiero ad alta voce. Non è insolito che i suoi personaggi fissino il vuoto e diano corpo a ciò che hanno in cuore, coinvolgendo, in tal modo lo spettatore.
Però, c’è un però: difficilmente i dialoghi si svolgono tra più di due persone. E spesso, siccome i dialoghi sono usati per far emergere la psicologia dei personaggi (diciamocelo: una puntata sembra una gigantesca seduta di psicoterapia collettiva), avviene che i dialoghi sono anche il terreno di risoluzione dei conflitti tra le persone. Quando uno dei due perde le staffe – di solito una donna; i maschietti se ne escono con un «Si può sapere cosa vuoi da me?» – alza la voce e gliene canta quattro al proprio interlocutore, includendo nella tirata la frase: «Io sono brava. Sono la migliore in quello che faccio. E lo sai.».
Scandal è tutto così.  Cambiando i personaggi, per lo più femminili, il prodotto non cambia: prima o poi sai che quella frase infelice (che vuol dire tutto e niente) sguscerà fuori dalle labbra di qualcuno. Puoi quasi cronometrare quanto ci mettano i personaggi ad inscenare lo psicodramma della puntata.
Ecco, questo è proprio il modo in cui un marchio di fabbrica si tramuta in farsa.
In media stat virtus, dicevano i Latini.
E avevano ragione.

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Ma come lo trovo il mio marchio di fabbrica?, ti starai chiedendo.
Ovviamente, i marchi di fabbrica non sono come le pere, non crescono sugli alberi o nei campi (e con la siccità che c’è quest’anno, stiamo freschi!). L’unico modo per trovare il proprio marchio di fabbrica è essere se stessi.
Messa così, sembra tanto una di quelle massime zen che trovi nei biscotti della fortuna che ti regalano al ristorante cinese assieme al conto, ma è la verità.
Tu sei tu. Quindi, sii te stessa e il resto, con pazienza e lavoro, verrà da sé.
Piero Angela ha sempre confidato che per ottenere un buon libro occorre scrivere qualcosa che si vorrebbe leggere. E anche se quest’affermazione può rapidamente deragliare verso il basso, ha ragione lui, su questa come su molte altre cose.
Pensa a cosa ti piace trovare in un romanzo.
Le descrizioni precise e puntuali, oppure quelle ricche di particolari e/o sfumature psicologiche, o addirittura quelle che sembrano uscite fuori da un catalogo della Postalmarket?
E i dialoghi?
Ti piacciono asciutti?
Serrati?
Pieni di incisi?
Cosa ti piace leggere, in un romanzo o in un saggio?
Che tipo di penna ti piace, scorrevole o puntuale?
Segui le tue inclinazioni. La scrittura è un gigantesco lavoro di terapia, perché scrivendo tiriamo fuori la realtà così come la filtriamo noi, attraverso la nostra sensibilità. Magari ti piace che i tuoi personaggi abbiano un loro linguaggio, che sbaglino volutamente un congiuntivo, o che usino dei piccoli gesti abitudinari, come bersi il caffè su una verandina vista mare?
Parti da ciò che ti piace, ed evolviti, mettici del tuo, il tuo ingrediente segreto, come quello che le nonne tramandavano di generazione in generazione.

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So di starti facendo affacciare su uno strapiombo, ma non aver paura; a Roma si dice che nessuno nasce imparato, e la scrittura è qualcosa che si impara a maneggiare piano piano. Chi afferma il contrario è qualcuno che sta mentendo sapendo di mentire. La nostra penna va levigata piano piano, come farebbe un fiume coi ciottoli che sonnecchiano sul suo greto. A poco a poco, a mano a mano, sgrossando quello che non va.
A vent’anni si è una persona, e, di conseguenze, si scrive in un determinato modo.
A trent’anni, si è un’altra persona, e anche la nostra scrittura cambia, si evolve, si arricchisce di quello che abbiamo incontrato strada facendo.
La realtà è che la scrittura è un enorme work in progress. Proprio come la vita.
Non vorrai mica accontentarti di un solo marchio di fabbrica, vero?

E tu?
Hai trovato un tuo marchio di fabbrica?
Qual è?
Vuoi condividerlo con noi?
Forza, bando alla timidezza e fatti avanti: lo spazio per i commenti aspetta solo di poter raccogliere la tua voce.

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