Istruzioni per l'uso · scrittura

These boots aren’t made for walkin’

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L’altro giorno, spulciando nell’armadio, mi sono capitate nelle mani un paio di scarpette primaverili davvero de-li-zio-se. Bianche, con il cinturino ed inserti azzurro mare in punta, un tacchetto basso e quel certo je ne sais quoi che ti fa dire «Massì. Mettiamo queste!». Le infili, stringi il cinturino, fai la ruota davanti allo specchio. Sono morbidissime, l’ideale per andartene a passeggio tra le vetrine, e ti domandi come mai quel paio di scarpette strepitose sia rimasto a languire lì, sul fondo dell’armadio.
Troppa roba, ti dici, chiudendo le ante dell’armadio e infilando la borsa sottobraccio. Senza sospettare che, a sera, rienterai a casa con delle vesciche grosse come mandarini. Perché se quelle scarpe sono rimaste sul fondo dell’armadio, credimi: un motivo c’è. E quel motivo è che quelle scarpette non sono fatte per camminare.

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La stessa cosa può dirsi di quelle idee che saltano fuori dai vari faldoni sparsi per casa, quelli che raccolgono ogni singolo pizzino su cui abbiamo appuntato delle idee, tovagliolini del bar inclusi.
Io ne ho tipo tre, più una serie di quaderni, quadernoni e quadernetti impilati in equilibrio precario in ogni angolo disponibile. Il problema di questi appunti è che, spesso, sono proprio questo: appunti, idee schizzate di fretta e di corsa, magari nella clandestinità dello spazio sotto il banco, o mentre il capufficio guarda altrove o rischiando di saltare la tua fermata. Non sono storie complete o idee che possano trasformarsi in racconti, non sempre, almeno; però le teniamo lo stesso, perché, come dicevano le nonne, hai visto mai?
E spesso sì, quell’hai visto mai? porta a casa la giornata e ti aiuta a svoltare in quei momenti in cui il blocco dello scrittore si riaffaccia, subdolo, e si diverte a giocare col tuo cervello come fa il bambino colla gelatina alla frutta. Splorc, splorc, splorc.
Ma il pericolo, quello vero, non si annida tra le righe degli appunti buttati giù con fretta matta e disperatissima, ché se manchi la tua fermata mentre sei in treno possono essere guai. Il pericolo, quello vero, si annida negli abbozzi di trame lasciate a tre quarti, quelle che hanno carattere e solidità,quelle che  che funzionano così e che non puoi non scorrere dicendoti «Massì, dai! Completiamo questa storia. Il grosso è fatto.».
Illusa.

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Il problema delle storie a tre quarti è che funzionano.
Sicuro. Certo che funzionano, altrimenti non sarebbero arrivate a quella lunghezza.
Funzionano perché quando le abbiamo scritte, eravamo telepaticamente connesse con l’idea che stavamo rincorrendo. Poi, però, l’incantesimo si è rotto, o la nostra passione si è raffreddata, e la storia che stavamo rincorrendo è rimasta così, incompiuta. E così resterà, credimi, anche se ti incaponirai nel portarla ad una conclusione.
Perché un autore che ha scovato un manoscritto a tre quarti è come san Tommaso – che non crede fino a quando non ci ficca il naso. Non pensare che io sia poi tanto diversa da te; ci sono passata, e posso riportare le esperienze che ho provato sulla mia stessa pelle, ché di manoscritti a tre quarti ne ho disseminati, negli ultimi quindici anni, e ho dovuto issare bandiera bianca più spesso di quanto mi sarebbe piaciuto fare.
Una storia a tre quarti è una storia che si è fermata ad un certo punto, ed assomiglia in maniera inquietante, se vuoi, a quelle storie d’amicizia che, un bel giorno, sono finite senza una ragione e senza un perché, nel silenzio, solo perché abbiamo cambiato classe o l’orario del corso di nuoto.
Hai mai provato a riallacciare un’amicizia che si è andata spegnendo?
Non è più la stessa cosa. Il momento è passato, fuggito, evaporato come un profumo che s’è disperso nel vento. Cos’hai, dopo? se sei fortunato, un’amicizia che si regge sul filo dei “Ti ricordi?” mentre prendete un caffè all’impiedi, al bar della stazione centrale, con il ritmo frenetico della città che scandisce il vostro incontro.
Insomma, non è proprio il massimo.

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Puoi salvare il salvabile in un caso solo: andando avanti e vedendo se, in quella persona, c’è ancora qualcosa che faccia scopa con quello che sei tu e con quello che cerchi nel prossimo. Insomma, mica facile, ma possibile.
Il guaio è che non siamo così sagge quando prendiamo in mano quella storia a tre quarti. Perché la storia a tre quarti è subdola come un seduttore d’antan, e civettuola come un sciantosa nelle sue crinoline; ci affascina proprio quel suo essere incompiuta, quel suo «Non sei curioso di scoprire come va a finire?» che si respira tra quelle righe che, sappiamo, non arriveranno mai a toccare il traguardo della fine.
E sì, che siamo curiosi. Ci mancherebbe altro!
Ma il problema è che non lo sappiamo nemmeno noi, come va a finire, ché se l’avessimo saputo al tempo, l’avremmo tirato fuori, ‘sto benedetto finale. Non credi?
Sì che lo sai; ma, lo stesso, ti incaponisci a voler cavare sangue dalle rape.

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Quindi, cosa fai?
Ti siedi. Rileggi per bene quanto hai scritto. Innamorandoti di quanto hai scritto. E provando a riprendere i fili di quello che hai intessuto, seminato e ideato.
Scrivi. Scrivi sull’onda del ritrovato entusiasmo. Voglio dire, non capita tutti i giorni di ritrovarti con la manna dal cielo, no? Quindi, spronata dalla fortuna che ti è capitata, ti metti sotto. Però, c’è un però: per quanto tu ci provi a rientrare nel mood di quanto hai scritto, quello che hai creato risulta sempre posticcio, come una pezza di lana su una giacca di velluto o il parrucchino di Trump.
Primo campanello di allarme, ma lo ignori, scambiandolo per la suoneria del cellulare.
Ti ci rimetti, limi, snellisci, torni ad usare lo stesso registro lessicale e controlli di nuovo. Niente. Non va. Il buonsenso ti direbbe di gettare la spugna, ma è lo stesso buonsenso che ci intestardiamo a ignorare quando dobbiamo cambiare lavoro, lasciare un fidanzato rompipalle, fare benzina prima di andare fuori città, eccetera eccetera. Sicché, vai avanti nell’unico modo possibile. Riscrivendo daccapo tutto per armonizzare alla tua penna di adesso quanto fatto in precedenza.
E indovina un po’ cosa succede?

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Esatto.
Tutto quello che hai immaginato, creato e fino a cinque minuti prima ritenevi fosse proprio una bella storia ha perso il suo allure. E c’era anche da immaginarselo, no?, ché se ti sei incaponita su questa storia a tre quarti è perché camminava sulle sue gambe. Le dovevi solo trovare un finale – e hai detto poco! – tirando i fili che avevi lasciato strada facendo.
Però, la verità è che se sei arrivata a questo punto è perché quello che ti è capitato tra capo è collo non è un colpo di fortuna, ma una tegola che ti è caduta di spigolo sulla noce del capocollo.
Le idee non hanno data di scadenza, certo; ma quando creiamo delle storie, le idee si affastellano tra loro come i mattoncini Lego. In certuni casi (rarissimi), puoi aggiungere qualche balconcino, qualche finestra, una fila o due di piani o un bel tetto verde brillante. Ma in altri, la casetta a tre quarti va lasciata così com’è: incompleta, perché se per caso provi a rompere il legame tra i mattoncini, ti porti appresso una parete intera, se non tutta la casa.
Terminare una storia lasciata a se stessa è difficilissimo. Non è impossibile, è vero; e in taluni casi, sì, è possibile; ma nella stragrande maggioranza dei casi, riprendere una storia incompleta è solo un modo come un altro per ammazzare il tempo, ricavandone frustrazione.
E siccome il tempo rubato alla scrittura è tempo rubato alla scrittura, senza se e senza ma, non conviene, a questo punto, mettersi a scrivere qualcosa di compiuto?
Provaci, non dico di no. Ma qui stiamo parlando di miracoli, e i miracoli riescono al primo colpo. Quindi, se vuoi provarci, fallo. Ma se non ci riesci, ricordati sempre che, accanto alle scarpette graziose che hai tirato fuori dall’armadio, ci sono dei comodi stivali. And these boots are made for walkin’, baby…
stivali

Quindi, che faccio? Butto tutto al secchio?
Sì e no.
Se non ti crea troppo incomodo e hai un posto dove tenere quella storia a tre quarti, lasciala dentro al faldone che la custodiva. Magari, chissà, un giorno potrai darle un finale. Tienila. Ma non perderci troppo tempo dietro. E, magari, fai ordine nei tuoi appunti. Leggi. Controlla. Screma. Elimina ciò che non c’entra più niente con te. E chissà che, magari, non ti capiti davvero il colpo di fortuna di trovare quella frase, quell’appunto che ti spalancherà le porte di quella storia che aspettava solo di essere scritta.

 

E tu?
Ti è mai successo di metterti a lavorare ad una storia a tre quarti?
Hai qualche soluzione simile?
Un trucchetto da condividere?
Forza, non essere timido e fatti avanti: lo spazio per i commenti aspetta solo di poter raccogliere la tua voce.

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