scrittura

10 Frittate – Per i miracoli, ci stiamo attrezzando

10frittate

10 Frittate può sembrare il titolo di un libro di cucina, ma non è così.
In
10 Frittate, con il dieci rigorosamente scritto in cifre, vi mostrerò come noi romani facciamo le frittate. Ovviamente in senso metaforico.

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«Esprimi un desiderio, Fanciulla.»
La voce del Genio, uscito dalla lampada che stavi lucidando con olio di gomito – quella che zia Bettina ti portato dal quel suo viaggio al Cairo di almeno vent’anni fa – ti fissa, le braccia possenti (come quelle dei cuochi del Pastamatic, pensi) incrociate davanti al petto. È fatto di fumo azzurro, denso e vorticante, che gli accarezza i lunghi capelli racchiusi in una coda di cavallo alta sulla testa e i pesanti orecchini a cerchio che gli decorano i lobi di nebbia. Sembra calmo, atarassico, pacifico; eppure, qualcosa dentro di te, ti sussurra che con avambracci come quelli i suoi manrovesci debbano fare male, molto male. Più di quelli che Bud Spencer menava a destra e a manca quando s’arrabbiava per davvero.
«Un desiderio…»
«Sì», la voce del Genio rimbomba come un sussurro in una grotta marina, «qualcosa che il tuo cuore desidera ardentemente, ma fa’ attenzione. Posso esaudirne uno solo, quindi ti consiglio di compiere una scelta oculata.».
Ci pensi su.
«Il mio è un desiderio complesso…»
«Non c’è desiderio, per quanto complesso esso sia, che io non posso esaudire.»
È piccato?
«È articolato…»
«Illustramelo.»
Così, colla lampada di zia Bettina ancora tra le mani, deglutisci e spieghi: «Stammi a sentire. Con attenzione». Il Genio annuisce. «Vorrei che gli anni ’80 non ci avessero rimbambito. Parlo della mia generazione. Mi spiego meglio. Non è stata colpa loro, ma nostra. Abbiamo vissuto per dieci anni in un gigantesco Luna Park. Era tutto coloratissimo, tutto un gioco. E noi ci abbiamo creduto. E non siamo cresciuti. Siamo rimasti a trastullarci in un’eterna adolescenza che non è mai finita. Ma non soffriamo della sindrome di Peter Pan, no. Magari, fosse così! È peggio di così. Peter Pan, almeno, aveva conservato un cuore allegro, da bambino. Noi, no. Noi siamo invecchiati senza crescere. È per questo che il mondo va come va.»
«E come va?»
«A scatafascio, ecco come va.»
Pausa.
«Non fraintendermi, io voglio aver vissuto gli anni ’80. Ci mancherebbe altro! Sono stati un decennio splendido. Ero una bambina, all’epoca, e sono stati il periodo più felice della mia vita. Allegri, chiassosi, colorati. Come potrei non amarli? Solo, vorrei che non ci avessero lasciato in questo sfacelo. È stato come andare a dormire nel Paese delle Meraviglie alla sera, per poi svegliarsi al mattino tra le macerie di Sarajevo bombardata. Te la ricordi, com’era Sarajevo nel ’92, vero?»
«No.»
«Un colabrodo, ecco com’era.» Pausa. Prendi fiato: «Puoi esaudire questo mio desiderio, Genio?».
Il Genio tace. Ti guarda con quella sua espressione indecifrabile, le sopracciglia blu notte spesse come cespugli a coprire gli occhi di un color zaffiro intenso che spiccano sul suo volto di fumo azzurro.
Ecco, lo sapevo, pensi. L’ho stordito colle chiacchiere. Zia bettina l’ha sempre detto che saresti stata capace di vendere congelatori agli esquimesi, no?
Il Genio si liscia il suo lunghissimo pizzetto – i bracciali ai suoi polsi tintinnano come arpe eoliche – e ti dice: «Io avevo detto che avrei esaudito un tuo desiderio. Questo che chiedi tu sia chiama miracolo.». Pausa. «E per i miracoli ci stiamo ancora attrezzando», dice. Quasi come a volersi scusare.
«Ah.»
Pausa.
Fissi il genio, che aspetta, una nuvola di fumo azzurro in attesa di un tuo cenno come se, davanti a sé, avesse tutto il tempo di questo mondo. E forse pure dell’altro.
«Posso pensarci su?»
«Certo», dice il Genio, sciogliendo le braccia e massaggiandosi il collo. Dev’essere scomodo abitare dentro ad una lampada ammaccata, pensi, anche se sei fatto di fumo. «Io ne approfitto per sgranchirmi un po’, se non ti spiace.»
«Suppongo che anche chiederti di tornare ad indossare una taglia 42 vita natural durante sia un miracolo, vero?»
Il Genio annuisce.
«Un viaggetto Terra-Luna andata e ritorno?»
«L’andata è un desiderio, il ritorno un altro.»
«Desidero avere tutti i desideri del mondo?»
Solleva un sopracciglio.
«Cioè?»
«Desidero che tu possa esaudire per sempre tutti i miei desideri.»
Sbuffa.
«È una richiesta non valida. Il contratto lo cita espressamente. Comma diciannove, paragrafo sette.»
«Okay, okay. Mi fido», dici. «E se ti liberassi?»
Ti fissa, scandalizzato, come se avessi appena pronunciato la più irripetibile delle bestemmie, una di quelle capace di far arrossire un marinaio navigato fin oltre le orecchie.
«Sei impazzita?! Mi ritroverei in mezzo a una strada! No, no, nossignore. E dopo che faccio? Come vivo, eh? Nella mia famiglia siamo tutti Genî, da generazioni! Che desiderio irresponsabile! Che ti ho fatto di male, eh? Ti sto forse antipatico? Ma che colpa ne ho, se non posso realizzare i miracoli!»
«Ma io pensavo di farti un piacere!», protesti.
«E pensavi male!», ribatte lui, che ha perso all’istante la sua atarassia, la sua magnificenza, la sua calma olimpica. Adesso ti sembra che assomigli a Mandrake, quello di Febbre da Cavallo, cogli stessi occhi spiritati e le stesse narici dilatate.
Come un cavallo innervosito che sbuffa, pensi. Un cavallo fatto di fumo azzurro e molto, molto pericoloso.
«Perché non esprimi un desiderio normale come tutte le persone normali, hn? Che so? Un vestito nuovo, la vincita al Superenalotto, alla Lotteria, un atollo tutto per te, una stanza piena zeppa di fragole? Questi desideri non vanno più di moda?»
Io non sono normale, pensi. Non te l’ha sempre ripetuto e ribadito zia Bettina, fino alla nausea, tua e sua?
«Le cose sono cambiate», dici invece. «Forse farei meglio ad aggiornarti su cosa va di moda, adesso…»
«O forse faresti meglio ad esprimere il tuo desiderio, così la facciamo finita, hn?»
«Quando dici che per i miracoli vi state attrezzando, che intendi?»
Solleva lo sguardo al soffitto, come a raccogliere un po’ di pazienza. Ti piace di più, da quando ha calato la sua maschera di algido distacco.
«Significa che ci stiamo ancora lavorando su. Non so dirti quando potremo realizzarli o se mai potremo farlo. Tuttavia, il Reparto Ricerca e Sviluppo sta studiando un sistema, e non escludo che, chissà quando, potremo effettivamente realizzare dei miracoli. Ma tutto dipende da voi.»
«In che senso?»
Ti senti un po’ Mimmo di Un sacco bello, ma grazie al cielo non hai fatto cadere nessuna bottiglia d’olio per terra, né una turista spagnola si è installata a casa tua scambiandola per un ostello. Almeno quello.
«Nel senso che solo quando voi umani avrete imparato a realizzare i desideri colle vostre manine,noi Genî potremo passare allo stadio successivo, quello dei miracoli. Ma fino a quando voi non passerete di livello, non potremo farlo neppure noi…»
Sospiri. Lo sapevi che c’era la fregatura.
«Va bene. Regalami una stanza piena zeppa di fragole, allora, e facciamola finita. Ma…»
«Ma?», ti domanda il Genio. Timoroso che ci sia una supercazzola colossale appostata dietro a quell’innocuo ma.
«Ma non subito. Un po’ per volta, altrimenti, golosa come sono, finirei per farne indigestione. Senza contare che non potrei mai mangiare tutte assieme una stanza di fragole. E poi, che unità di misura è una stanza di fragole? Mica posso andare in giro a dire “Ehi, lo sai che è uscito fuori un Genio dalla lampada di zia Bettina e mi ha regalato una stanza di fragole?”. Mi chiederebbero tutti che cosa sia questa stanza di fragole, quanto sia grossa. Insomma, c’è stanza e stanza. Anche lo stanzino delle scope è una stanza. Piccola, magari…»
«Ho capito», dice il Genio, stendendo un braccio tra di voi, come se avesse impugnato una spada per difendersi da quello sproloquio. «Vuoi avere un tot di fragole al giorno…»
«Esatto!», lo interrompi, «già condite, buone buone come le faccio io, e tante quante ne posso mangiare senza fare indigestione. Magari condividendole con un amico. Te, ad esempio. Ti piacciono le fragole, vero?»
«No.»
«Vabbè, tu allora mangerai quello che più ti piace. Noci di cocco? Fichi d’india? Datteri?»
«Ciliegie», ribatte il Genio. «E mele cotogne. E ananassi. Io vado matto per gli ananassi.»
«E sia. Un rendez-vouz giornaliero. Io, te, le fragole, le ciliegie, gli ananssi e le mele cotogne.»
«E tè alla menta. E karkadé freddo. Altrimenti non se ne fa nulla.»
«Andata», dici, tendendogli la mano. «Ma prima ho delle fragole buone buone, in frigorifero. Che ne dici se prima attacchiamo quelle?»

Aprile 2017

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