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[Pausa Caffè] Lucy Maud Montgomery – Anna di Avonlea

 

 

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La mia generazione è cresciuta guardando i cartoni animati giapponesi. Una novità assoluta per l’epoca, di cui oggi, 4 Aprile 2017, ricorre il trentanovesimo anniversario della primissima messa in onda di Goldrake su Rete2 (oggi Rai Due).
Fin da subito è stato chiaro che esistessero cartoni animati da maschietto (i robot su tutti) e da femminuccia, i quali consistevano nel raccontare, alla sventurata telespettatrice in erba, le peripezie di una pletora di orfanelle dai grandi occhi e dalle grandi sventure, tutte abbigliate con vestitini ottocenteschi pieni di frizzi e merletti e gale e volant, grandi fiocchi tra i capelli e la lacrima pronta nelle tasche del grembiule.
Che barba, che noia.
Roba che quando mia zia mi diceva “Sta per cominciare Candy Candy, sei contenta?”, io rispondevo “No” e vivevo quella mezz’ora davanti al teleschermo blu come fosse una punizione. Giuro.
C’è sempre stata, però, un’eccezione a questa regola, un paio di romanzi da fanciullina che scivolavano dal prolifico club delle Orfanelle Piagnone:  In Famiglia di Hector Malot, e da Anna dai Capelli Rossi di Lucy Maud Montgomery.

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Anna Shirley è la protagonista di una serie di romanzi scritti dall’autrice canadese Lucy Maud Montgomery tra il 1908 e il 1921; è un’orfanella magrolina, pallida pallida, con un mare di lentiggini sul naso e dei capelli di un rosso acceso che sono la sua sventura. La vita di Anna è stata dura sin dall’inizio: dopo aver perso sia la madre che il padre, è stata rimpallata da orfanotrofio ad orfanotrofio fino a quando non arriva ad Avonlea sull’Isola del Principe Edoardo, in Canada, a casa di Mattew e Marilla Cuthbert. I quali si aspettavano di ricevere un ragazzo (nemmeno fosse un pacco postale o un suino da monta), così da aiutare Mattew nel mandare avanti la fattoria. Ovviamente, per la burbera Marilla, una zitella cinquantenne dal carattere di ferro e poco incline ad esternare il proprio umore, accogliere in casa un tipino come Anna, che ama fantasticare ad occhi aperti ed infarcire le proprie frasi con un linguaggio altisonante, equivale a spalancare la porta ad un tornado, ma, alla fine, il buon cuore dei due fratelli ha la meglio sulla ragione, e Anna resta con loro, finendo per trovare il suo posto nel mondo.
Questa, più o meno, è la trama di Anna dai capelli rossi, che trovi pubblicata per i tipi della Fabbri. Tra gli anni 80 e 90 dello scorso secolo, la Mursia aveva pubblicato tutti e otto i romanzi su Anna, ma quei volumi sono difficili da trovare, e mi ero quasi rassegnata a leggerli in lingua originale quando, un paio di anni fa, una ragazza conosciuta all’interno di un gruppo Facebook mi disse «Io li ho in formato e-book. A me non sono piaciuti, se vuoi te li regalo.».
E tu capisci che sarebbe stato molto, ma molto scortese rifiutare una siffata gentilezza, non trovi anche tu?
Gli e-book provengono dalla casa editrice Il gatto e la luna, specializzata in pubblicazioni in formato digitale. Ilaria Isaia, colei che si trova a capo di questa piccola realtà editoriale, ha tradotto e adattato per il formato digitale tutti e otto i romanzi della serie Anna di Green Gables. Questi romanzi scorrono come l’acqua, al punto che appena ne hai finito uno, vuoi subito attaccare a leggere il successivo. Uno tira l’altro, come le ciliegie.
Oggi recensisco il secondo romanzo della serie dedicata ad Anna Shirley, Anna di Avonlea.

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Anna di Avonlea (1909) è stato pubblicato in Italia dalla Mursia con il titolo “L’età meravigliosa”, titolo più suggestivo e creativo di quello originale. L’età meravigliosa di cui si parla è quella della tarda adolescenza, quando Anna i suoi amici ancora si trovano sul limitare di quella soglia che separa la giovinezza dall’età adulta.
Anna, che alla fine del romanzo precedente ha fatto pace con Gilbert e si è diplomata alla Queen’s Accademy diventando un’insegnante a tutti gli effetti, ottiene la cattedra di Avonlea che la signorina Stacey, la sua insegnante, ha lasciato proprio quell’anno.
Inizia così, per lei, un primo ciclo di piccoli, innocui cambiamenti che la accompagneranno nei prossimi tre anni. Anna inizia ad insegnare coi suoi metodi, a farsi rispettare dai suoi alunni, a fare amicizia con un nuovo vicino, il signor Harrison, il quale vive isolato dal resto di Avonlea con il suo pappagallo Ginger, dalla lingua tagliente e il lessico sboccato dei marinai.
Anna, Diana, Gilbert, Jane e Charlie Sloane decidono di metter su una società per il rinnovamento di Avonlea, che si occupi, sostanzialmente, di decoro urbano. E, in seguito ad una serie di peripezie – e grazie anche all’aiuto del destino – riescono nel loro intento di rendere Avonlea un posto migliore.

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Frattanto, Marilla si trova nella situazione incresciosa di dover badare per qualche mese ai gemelli di una sua lontana parente, morta di consunzione. È in questo modo che Davy e Dora arrivano a Green Gables, rendendo la vita nella fattoria più animata e chiassosa, specie grazie all’esuberanza di Davy, che combina un guaio dopo l’altro e s’innamora di Anna, l’unica a non trattarlo come un menomato, ma come un bambino. Tra gli alunni di Anna c’è Paul Irving, un ragazzo rimasto orfano di madre che vive presso la casa sulla spiaggia della nonna paterna, e che si rivela uno spirito affine: anche lui ha una mugghia di pensieri nel cuore, anche lui sogna ad occhi aperti, e anche lui ha degli amici immaginari che vivono sulla spiaggia, così come Anna aveva Violetta. Tra i due sboccia una genuina simpatia, e Anna non riesce a fare a meno di preoccuparsi per la felicità del suo alunno, da lei ritenuto un piccolo genio.

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Ci sono due incontri fondamentali, per Anna, in questo romanzo. Il primo, è con il giardino abbandonato di Esther Grey, morta una quindicina di anni prima. Lì, nella foresta, crescono lo stesso i suoi amati fiori, nonostante nessuno si curi di quella proprietà. La storia di Esther tocca moltissimo Anna, che decide di visitare la tomba della sventurata donna ogni qualvolta andrà a trovare Mattew al cimitero.
Il secondo, è quello con la signorina Lavanda, una zitella che abita poco lontano da Avonlea, appartata dal mondo assieme alla sua domestica, Carlotta Quarta, nella Valle dell’Eco. Anna e Diana arrivano per caso alla proprietà della signorina Lavanda, e vi si fermano per chiedere un’indicazione.
Lavanda è un personaggio eccentrico. Nonostante abbia superato i quaranta, si sente ancora una ragazza della stessa età di Anna e Diana, e la cosa che più di tutte stupisce le due ragazze è trovare la tavola apparecchiata per il tè, come se Lavanda stesse aspettando qualcuno. In realtà, le due donne vivono da sole e non stavano aspettando nessuno; apparecchiare la tavola e vestirsi come se attendessero ospiti sono piccoli stratagemmi che Lavanda mette in atto per attenuare la sua solitudine.
Anna e Diana si fermano a prendere il tè, iniziando un’amicizia con le due donne che avrà risvolti positivi. Lavanda, infatti, altri non è che la prima fidanzata del padre di Paul Irving. Il loro fidanzamento si ruppe per una sciocchezza, e il padre di Paul tentò fortuna in America, a Boston, dove conobbe e sposò la madre di suo figlio. E lavanda rivede nel giovane Paul proprio l’uomo di cui è sempre stata innamorata e che un giorno, tornerà a bussare alla sua porta per chiederle di sposarlo.

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Ma quello di Lavanda non sarà il solo matrimonio ad Avonlea. Anche Diana si sposerà. La ragazza, infatti, si fidanza con Fred Wright, il figlio di un agricoltore di Avonlea. Anna è delusa dalla notizia, perché sente, in cuor suo, di aver perso l’amica di sempre, e anche perché Fred non è l’ideale che lei e Diana avevano espresso di sposare quand’erano bambine (riassumibile con la formula anglosassone Tall, Dark and Awesome).
Tuttavia, Anna ha ben altri pensieri, al momento.
Insegnare le piace, ma sente che le piacerebbe anche continuare a curare la propria istruzione e frequentare l’università di Redmond, ma come fare con la retta costosa? E con che coraggio Anna potrà lasciare Marilla, i cui occhi non sono più quelli di una volta, alle prese coi gemelli?
Il destino le darà una mano: il marito di Rachel Lynde muore dopo un’improvvisa malattia, e Marilla chiede alla vicina di andare a vivere da lei, così da sopportare meglio le rispettive solitudini. Anna può dunque dare le dimissioni dalla scuola di Avonlea e partire per un nuovo capitolo della sua esistenza.

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Il leit-motiv delle vicende di Anna, nel primo come nei successivi romanzi, potrebbe tradursi con il passo del Vangelo secondo Matteo,

25 Perciò io vi dico: Non siate con ansietà solleciti per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di che vi vestirete. La vita non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Osservate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non mietono e non raccolgono in granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? (Matteo, 6:25-26)

al punto che nel romanzo successivo, Anna dell’Isola, l’autrice cita questo passo a chiare lettere, ripetendo i versetti 28 e 29:

28 Perché siete in ansietà intorno al vestire? Considerate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; 29 eppure io vi dico, che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito come uno di loro. (Matteo 6:28-29)

e il verso finale del capitolo:

Basta a ciascun giorno il suo affanno. (Matteo, 6: 34)

La linea che Lucy Maud Montgomery promuove, e neppur tanto velatamente, è che spesso glie sseri umani si preoccupano di cose tutto sommato futili, di eventi su cui non hanno il minimo controllo. C’è un destino che aspetta ognuno di noi, sembra dirci l’autrice, e qualche che sia a noi non è dato saperlo prima del tempo. A che serve? A nulla. Tanto il Destino – o l’Onnipotente, per dirla con l’autrice – sa quando, dove e come agire.

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Lucy Maud Montgomery era la moglie di un pastore, sicché è logico e palese che la sua visione del mondo sia permeata di una certa ottica, quella protestante. Dimenticati, però, una prosa sgraziata ed evangelizzatrice come quella di Harriet Beckett Stowe o  l’ottimismo ottuso e snervante della Pollyanna di Eleanor H. Porter. La Montgomery non promuove di certo una vita affidata alla Provvidenza, come avrebbe fatto il Manzoni; tuttavia, lasciare da parte quegli eventi su cui non abbiamo presa, non abbiamo controllo, è una grande lezione che può tornare utile a tutti, in ogni momento della vita.
Ci sono casi in cui gli eventi prendono una piega ben netta e decisa, senza che noi ci si sforzi più di tanto; in questi casi, si dice che le cose dovevano andare così. E lo stesso dicasi quando va tutto a scatafascio, nonostante noi ci si impegni a far sì che le cose funzionino. Non si tratta tanto di immobilismo o fatalismo, nossignore; per tutto il romanzo Anna si impegna, dimostrandoci che la meritocrazia funziona, almeno nei romanzi. Se vuoi qualcosa, datti da fare per ottenerla; ma se qualcosa non va come l’avevi sperato o sognato tu, forse quel qualcosa non fa per te.
C’è una profonda differenza, credo, che è quella che ti regala la saggezza.
Lucy Maud Montgomery guarda ad Anna e agli altri personaggi di questa serie di romanzi con l’occhio benevolo che la zia rivolge ai suoi nipotini, o la maestra delle elementari ai suoi alunni. E le piccole gioie, i piccoli dolori che Anna, Diana, Gilbert e Marilla vivono, anno dopo anno, sono trattate colla stessa benevolenza di chi ti mette una mano sulla spalla e ti dice – ti sussurra: «So cosa significa. Ci sono passata anch’io.».

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C’è, però, un paio di note dolentissime da sottolineare.
Queste edizioni sono tradotte e curate da Ilaria Isaia, che è a capo della casa editrice. Il primo problema è una progressiva presenza di refusi tipografici: concordanze sbagliate, “e” al posto di “a” (invece di “Anna andò casa di Diana”), fino ad un’intera frase tradotta seguendo le regole della sintassi inglese.
Io comprendo perfettamente che una piccola casa editrice indipendente abbia delle possibilità limitate. Ci mancherebbe altro! Una delle Frequently Asked Question sul sito de Il Gatto e la Luna risponde proprio alla domanda “Posso lavorare con voi?” con un categorico “No”. Per tutta una serie di ragioni, tra cui l’impossibilità di pagare degli esterni, ed è questa una posizione onesta – onestissima! – che fa da controcanto alle, purtroppo, situazioni in cui case editrici grandi o medie paghino una miseria il lavoro dei correttori di bozze, a volte stralciandolo dal budget ed affidando il compito allo stesso traduttore.

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Il problema è lo stesso che ho già sollevato in quest’articolo: il controllo incrociato serve, perché, come dicevano le nostre nonne, quattro occhi vedono meglio di due. Può essermi sfuggita una svista.
Posso aver fatto una concordanza ardita (qualcosa, ad esempio, è un termine al maschile, nonostante la desinenza in-a).
Posso essere sicura di una computazione, quando invece è sbagliata o antiquata, come la calendola che la traduttrice si ostina a scegliere al posto del più innocuo e diffuso calendula.
I motivi per cui un bozzaro serve sono tanti e non starò a tornarci sopra. Se ti interessa, fai pure un salto a leggerti l’articolo che ho dedicato all’argomento; però capisco anche che a volte la coperta sia davvero troppo corta e una debba destreggiarsi da sé. Ma, allora, perché non andarci coi piedi di piombo ed effettuare il lavoro un capitolo alla volta? I capitoli più corretti sono i primi, che sono anche gli stessi resi disponibili sul sito per un’anteprima gratuita, mentre nei capitoli successivi i refusi si rincorrono, come se il lavoro iniziale fosse stato curato con più attenzione.
È vero che questi e-book mi sono stati regalati, e che a caval donato non si guarda in bocca, ma un refuso fa storcere il naso, regalo o non regalo. Uno, può scappare. O meglio: uno non può scappare, ma per una casa editrice alle prime armi sono più che propensa a chiudere un occhio; ma trovarmi un refuso in quasi ogni capitolo, sinceramente trasmette poca cura per ciò che si sta facendo.
E poi c’è il dramma dei nomi.

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Io non sono una traduttrice professionista. Metto le mani avanti, intesi?
Ma, da quello che mi ricordo dai miei trascorsi universitari, quando si traduce i nomi propri restano nella lingua originale. Vale per il francese, vale per il giapponese, vale per lo spagnolo, vale per l’inglese. Mi lascia davvero perplessa ritrovarmi con “I Tetti Verdi” per Green Gables e “Le Sabbie Bianche” per indicare la cittadina di White Sands. Mi rendo conto che si tratta di nomi parlanti e che l’effetto si perda, una volta tradottili in italiano; ma non si può fare una frittata senza rompere le uova, no?
Scegliere una simile soluzione equivale a tornare indietro di almeno quarant’anni, se non di più. Quando ero bambina io, non si trovavano già più i romanzi scritti da Alessandro Dumas, o da Giulio Verne, ma da Alexandre Dumas e Jules Verne.
Cosa sono queste scelte anni Quaranta? Se si traduce Green Gables, allora, a rigor di logica, si dovrebbero tradurre anche i nomi di Ruby Gillis, Jane Andrews, Charlie Sloane e Gilbert Blythe, e via via fino ad esaurire tutti i personagi del romanzo.
Invece, no. Invece si sceglie una via di mezzo che non sa né di carne, né di pesce. Senza contare la soluzione poco sagace di creare un calco dall’inglese per identificare le donne sposate.
Mi spiego meglio: nella tradizione anglosassone, quando una donna si sposa perde il proprio cognome ed acquista quello del marito. Per intero. Sposando Fred, Diana Barry diventerà Diana Wright per Anna, sua intima amica, ma tutta Avonlea la chiamerà Mrs. Fred Wright. dove quel Mrs. sottintende un “la moglie di”.
La traduttrice, invece, opta per tradurre quel Mrs. con un “la signora” che ha senso, sì, ma a patto che si elida il nome di battesimo del marito, perché, in italiano, l’espressione “la signora Wright” indica una donna sposata ad un generico signor Wright; l’espressione “la signora Fred Wright” indica che Fred Wright è una donna, e per di più sposata!
Va bene che il Canada è una nazione di vedute aprte, molto più aperte dell’Italia, tuttavia…

 

In conclusione, a parte questi piccoli disastri, ho amato il secondo volume della serie di Anna dai capelli rossi, e ho divorato anche il terzo. Prossimamente attaccherò il quarto, dopo aver letto un romanzo che il blog Chili di Libri mi ha gentilmente inviato per una recensione gratuita. È stato un periodo difficile, e devo tirarmi su. Quale miglior rimedio della lettura?

 

E tu?
Hai letto per caso questo romanzo?
Che ne pensi?
Che idea ti sei fatta?
Forza, non essere timida e fatti avanti: lo spazio per i commenti aspetta solo di poter raccogliere la tua voce.

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