Lettura · Pausa Caffè · Recensioni

[Pausa Caffè] Audrey Caran – Calendar Girl (January)

january

 

A questo punto, ti starai chiedendo se io sia, per caso, impazzita.
La risposta è no. Allora, perché sto recensendo questo libro? Perché l’ho letto. E il motivo per cui l’ho letto è uno di quelli che si dipanano bene davanti ad una tazzina di caffè, sedute al tavolino del bar, o con un bel Latte à la Starbucks, magari a goderci i raggi del sole primaverile su una panchina del parco.
No, non è un pesce d’aprile. Fidati. L’ho letto per davvero.
E dopo la pausa ti spiego perché.

Ho avuto modo di leggere una quantità indecente di e-book in quest’ultimo mese e mezzo. Ho attraversato un periodo pesante della mia vita (due lutti, mio nonno e mia zia, e la dipartita anzitempo del mio gattino di soli sei anni) e leggere ha rappresentato una validissima valvola di sfogo. Certo, leggere è una cosa e recensire ciò che si è letto un’altra. Serve la testa sgombra. E alle volte niente ti alleggerisce la mente come un romanzetto rosa acceso assolutamente cretino.
Dico sul serio.
Per sgombrare la mente dai propri crucci serve qualcosa che ti faccia ridere. Di cuore. A crepapelle. Anche a costo di pisciarti sotto dalle risate. Sappiamo tutti che far ridere è più difficle che far piangere, e che la risata ha millemila declinazioni; ma quella di cui sto parlando io è la risata che nasce quando ci troviamo per le mani qualcosa di involontariamente comico. Come Calendar Girl.
Sono inciampata in Audrey Carlan per caso, entrando in una libreria di quartiere.
Ormai ce ne sono poche, di queste librerie di quartiere: sono quelle medio piccole che non aderiscono alle diverse catene, che vendono per lo più le nuove uscite, i test d’ingresso alle varie facoltà universitarie e i libri di cucina.
Io non posso farci niente, se ne incontro una – e oramai a Roma questo genere di libreria è più raro di una mosca bianca – io devo entrare a curiosare. Ed è mentre stavo sfogliando un’antologia di ricette regionali vegane (sai che ho un blog dedicato alla cucina vegetariana? Lo puoi trovare qui), che una coppia di donne fa il suo ingresso in questa libreria. Si tratta di una madre ed una figlia – una stampa e una figura, per dirla con Camilleri – che si avvicinano al commesso come se fossero di casa.
«Senti che aroma!», esclama la madre con pesante accento romano, annusando l’aria come avrebbe fatto un cane da tartufi in un bosco del cuneese. «Io sono drogata di quest’odore. Proprio non capisco come fa la gente a leggere sul tablet.»
Io sono una lettrice un po’ snob e molto sospettosa. Leggi il labiale: molto sospettosa. Spesso e volentieri mi è capitato di avere a che fare con pseudo-lettori, quelli che acquistano un volume per tenerlo sul tavolino da fumo in salotto e dare al visitatore l’impressione che si è gente di un certo livello, che non ci si rimbambisce coi reality o la televisione del, come lo chiamo io, dolore sempre vivo. Le classiche persone che dicono “Regala un libro a Cristina, tanto lei è una che legge!”, guardandosi bene dall’aggiungere cosa preferisca leggere Cristina. Un romanzo (e se sì, di che genere?), un saggio (vedi sopra), una pubblicazione settoriale, un manuale di giardinaggio?
Gente per cui un libro vale l’altro, come i souvenir made in China, insomma.
Però questa donna ha messo nelle sue parole un’enfasi tale da sembrare genuina. Questa è una che legge per davvero, mi sono detta, con un piccolo moto di speranza nel cuore. Ma è durata poco. Poi le ho sentito chiedere al commesso se fosse uscito l’ultimo volume di Calendar Girl, e disquisire con lui di quanto fossero avvincenti e ben scritti i vari Fallen, DivergentTorment e compagnia cantante, e mi sono cascate le braccia.
Ma non è finita qui.
Ne ho parlato con la mia amica Graziana e lei, sublime partner in crime quando si tratta di scempiaggini, mi ha inviato un link sulla trama di questo titolo; e posso dire che promette bene e mantiene ancora meglio.

Avevo bisogno di soldi, tanti soldi.

In ballo c’era la vita di mio padre. Io però non avevo un centesimo, per arrivare a fine mese facevo la cameriera. Non avevo un amore e, diciamolo, all’amore, quello con la a maiuscola, non ci credevo neanche più tanto. Le mie storie fino ad allora erano state solo fonti di guai e delusioni.

Mi hanno offerto un lavoro. Recitare il ruolo della fidanzata di uomini di successo. In pratica per un mese dovevo fingere di essere la loro compagna davanti agli occhi di tutti e in cambio ognuno di loro sarebbe stato disposto a pagarmi centomila dollari. 12 mesi, 12 città, 12 uomini ricchi, famosi, inarrivabili, 12 ambienti esclusivi, 12 guardaroba diversi. Più di un milione di dollari. Il sesso, chiariamoci, non faceva parte degli accordi. Quello dipendeva e dipende sempre solo da me. L’amore neanche quello faceva parte del piano. Ma intanto quello non dipende da nessuno…

Tutti uomini da sogno. Che poi sono persone. Intriganti, fragili, che hanno paure, segreti e verità nascoste. Loro hanno scelto me. Per un mese sono entrati nella mia vita. Tutti mi hanno lasciato qualcosa. E uno mi sta chiedendo di cambiare le regole del gioco… ma l’amore, tutti lo sanno, di regole non ne ha. Ho intrapreso questo viaggio perché era l’unico modo per salvare la vita di mio padre. Mi sono fidata, ho buttato il cuore oltre l’ostacolo. Ed è iniziata la favola.

Il viaggio ha salvato la mia, di vita.

Trust the journey,

Mia

Okay.
La storia è la seguente. Mia, la nostra protagonista, è la classica ventenne scafata che la vita ha masticato e sputato via, almeno nell’accezione puritana delle casalinghe americane: lavora come barista in un locale di Las Vegas, ha collezionato una serie di fidanzati poco edificanti, ha cresciuto la sorellina minore Madison da quando sua madre le ha abbandonate ad un padre alcolizzato e col demone del gioco (e vivere a Las Vegas in queste condizioni, tu capisci, è come gettare un cerino acceso in una tanica di benzina).
Notare che la madre di Mia ha mollato baracca e burattini quando la nostra protagonista aveva solo dieci anni (ma se temi di non ricordartelo, tranquilla: ci penserà Mia, ogni due per tre, a farlo). Poi ti chiedi dove sono le assistenti sociali, in America, ma andiamo avanti. Non è mica finita qui.
L’ultimo fidanzato in ordine di tempo di Mia ha fregato il di lei padre, convincendolo a contrarre un grosso prestito con degli strozzini. Strozzini che, quando l’uomo non è stato in grado di rifondere il debito, non ci hanno pensato due volte a riempirlo di mazzate e a spedirlo in ospedale con tutte e duecentosettanta le ossa rotte.
La domanda a questo punto sarebbe: dove caspita è la polizia? Perché, tu capisci, quando arriva in ospedale un uomo conciato in quelle condizioni la prima cosa che accade, dopo che i medici ti hanno riacciuffato per i capelli e fasciato come la Mummia del film con Boris Karloff, è che la polizia scambi quattro chiacchiere con te. O che sia tu a rivolgerti alla polizia per denunciare chi ha ridotto tuo padre in coma.
Invece, no.

 

169261
Copertina originale. Notate la finezza.

 

La nostra autrice glissa con allegria su questo aspetto della faccenda. Se ne frega proprio e tira dritto, fischiettando un allegro motivetto.
E va bene, esistono le ellissi – e che Iddio ce le conservi! – ed è giusto che il lettore abbia un riassunto che sia, come dire?, necessario e sufficiente per capire dove andrà a parare la storia. Il minimo indispensabile. Il qb delle ricette, insomma. E questo qb si concentra su una decisione che Mia ha preso fuori scena, prima che la sua vicenda inziasse: accettare la proposta di sua zia e lavorare per lei. Ed è quello che racconta per telefono alla sua migliore amica Ginelle, che fa la spogliarellista a Las Vegas e che parla con lei di questa proposta come se fosse una cosa perfettamente normale.
Il problema – se così possiamo definirlo – è che la zia di Mia non possiede una tabaccheria o una latteria, ma un’agenzia di escort.
Sì, hai capito bene, ed io mi figuro che, a questo punto, la pruderie della casalinga americana impennarsi pericolosamente. Immaginati, che so?, una casalinga del Texas orientale o la segretaria del Midwest (come le vogliamo chiamare? Tony? Chastity? Mallory? Fai tu) che alla parola “escort” siano state attraversate da un fremito.
“Oh, Cielo!”, avranno pensato e saranno corse a leggere il resto. Ma stai tranquilla, non ci si spinge mai oltre il perbenismo patinato made in USA. Non si fa mai sul serio, a cominciare dalla zia di Mia, la quale è una maitresse sgamata: le sue ragazze accompagnano il cliente assecondando i suoi bisogni, ma, come ci tiene a precisare la donna, non sono obbligate ad andare a letto con lui. Farlo o meno è una loro libera scelta. Libera scelta che viene ripagata dal cliente con un venti percento sul conto corrente della ragazza, e a questo punto mi chiedo se non ci siano gli estremi per parlare di prostituzione tout court, che in America è illegale per costituzione. Ma è altresì vero che nell’America che dipinge Audrey Carlan, le forze dell’ordine non sembrano essere state invitate alla festa, per cui taccio e tiro dritto.
Mia ha un disperato bisogno di soldi per ripagare il debito con gli strozzini che hanno massacrato suo padre, sicché accetta. Vendere la propria (costosa) motocicletta per tamponare la falla o chiedere un prestito alla zia, sono due opzioni che non le passano nemmeno per l’anticamera del cervello. Così, in meno di ventiquattrore, Mia si ritrova il suo primo cliente. Wes. Un raffinato sceneggiatore di Hollywood di cui Mia dovrà fingere di essere la fidanzata per ventiquattro giorni, così da scoraggiare le cacciatrici di dote consentirgli di parlare con i pezzi grossi dell’industria cinematografica durante gli innumerevoli cocktail a cui parteciperanno.

1

 

Ed è qui che la mia Sospensione dell’Incredulità alza la manina.
La Sospensione dell’Incredulità è quella cosa che ti fa accettare il mondo che l’autore ha deciso di mostrarti. Quando leggi una storia, stringi un tacito patto con chi l’ha scritta, e la Sospensione dell’Incredulità serve proprio a farti apparire perfettamente naturale che un uomo sollevi automobili e spenga le stelle a cazzotti, o che uno stregone scalcagnato decida di catturare i cento omini blu che vivono in un villaggio nella foresta sperduta per ricavarne una mezza dozzina di lingotti d’oro.
Non sembra, ma la Sospensione dell’Incredulità è una faccenda seria. Quando ti fermi a pensare alle stranezze che appaiono in una storia, significa che a) queste stranezze sono troppe e che b) la tua Sospensione dell’Incredulità è uscita a farsi una passeggiata. O a comprarsi le sigarette.
La mia sospensione dell’Incredulità è una ragazza di bocca buona. S’è sciroppata di tutto e di più, compresa una serie di Harmony di vario argomento sotto il solleone, con lo sciabordio delle onde in lontananza; ma ha protestato vivacemente quando s’è resa conto che Mia avrebbe ricoperto lo stesso ruolo per un anno con dodici uomini diversi. Chi paga per ottenere i servizi di Mia è gente dello star system: sceneggiatori, artisti, cantanti, fotografi e chi più ne ha, più ne metta. Gente che compare spesso sui vari rotocalchi, o in televisione. Ed è mai possibile che la fidanzata dello sceneggiatore (gennaio) appaia come modella per i quadri di un artista francese (febbraio), sia la fidanzata ufficiale di un ex pugile e proprietario di una catena famosissima di ristoranti italiani (marzo), la fidanzata (again!) di un lanciatore di baseball (aprile), e la fotomodella per la linea di costumi più hot del momento (maggio), e che nessuno mangi la foglia?
Voglio dire, ma la gente cos’è, cieca? E se una trama del genere non avrebbe retto negli anni ’80, figuriamoci oggi, in cui bastano cinque minuti cinque per trovare chiunque. No, non regge. Non è non dico verosimile, ma nemmeno plausibile. A patto di non essere Barbie.

 

barbiejeans
Barbie Jeans, 1988, ®Mattel

 

E la cosa paradossale è che Mia lo dice subito a Ginelle, mettendo le mani avanti per non cadere all’indietro.
“I’m not Barbie, Gin.”
“Io non sono la Barbie, Gin.”
E qui mi viene il dubbio: l’autrice ci è o ci fa?
Perché se ci è, alzo le mani; ma io ho il sospetto che la nostra cara Audrey ci faccia eccome, e che quella battuta voglia affermare l’esatto contrario di quanto Mia ha appena detto. Perché Mia è lo stereotipo perfetto dello stereotipo perfetto dei romanzetti della chick lit: è bella, sveglia, brillante, simpatica, dura, segnata dalla vita ma con un cuore grande così, incredibilmente fotogenica e autoironica, il cui unico difetto è quello di indossare una taglia 44.
Tutti cadono ai suoi piedi, sia i clienti (e questo può starci; in fondo, se l’hanno scelta per quell’incombenza, un motivo ci sarà, no?) sia le loro famiglie. E Wes, che le fa trovare pronta una stanza da principessa tutta bianca e vaporosa ed un guardaroba da infarto (che Mia potrà tenersi. Chi riporterebbe indietro delle scarpe e dei vestiti usati?), rischia di trasformarsi in un fidanzato, dopo nemmeno venti giorni ed una serie di scopate memorabili.
Insomma, è la versione mora di Barbie. Face it, Tiger.

 

ChristianLouboutin_Louboutins_Shoes_Luxury.jpg

Ogni regola salta – ogni regola sembra esistere per il sottile piacere di vederla saltare, anche se sai, sin dalla loro apparizione che questo accadrà, e quindi si perde il gusto dell’attesa -, e quelle del contratto dell’agenzia e quelle che Mia e Wes stabiliscono tra di loro; lui, ovviamente, si innamora di Mia fino a dare il suo nome alla protagonista femminile della sua ultima sceneggiatura (How. Romantic.) e a volerle risolvere il suo personalissimo casino aprendo il portafogli; e lei si innamora di questo biondissimo surfista e sceneggiatore che appare sulla sua strada proprio come un principe azzurro pronto a salvare la sua bella dalle ambasce in cui si trova.
Ma la storia non può certo concludersi con un lieto fine tra i due, nossignore; non adesso, almeno. Si incontreranno alla fine dell’anno, e poi si vedrà.
Altrimenti come facciamo a raccontare altre undici storie di bollente (e noiosa) passione tra Mia e i bellissimi (e ricchissimi) clienti che la zia gli procura (non attempati anzianotti o grassocci capitani d’industria che hanno superato la sessantina, nossignore! Sia mai!!)?
Insomma, Calendar Girl sembra proprio una di quelle letture figlie de Il diario di Bridget Jones e Sex in the City, ma con una dose maggiore di perbenismo nauseante. Audrey Caran promette, ma si guarda bene dal mantenere quelle stesse promesse con cui adesca le sue lettrici. Ed è questo, alla fine, che le sue lettrici vogliono. No, non il brivido mentale che regala il fascino del proibito, nossignore, ma la scarica controllata e asettica di un giro sulle montagne russe al più vicino luna-park.
Siamo lontani anni luce dalle imprese di Belle De Jour in  Diario di una squillo perbene. Anzi, potremmo dire che le vicende di Belle sono alla base di quelle di Mia, colla fondamentale differenza che Belle ammette di fare la prostituta per soldi, Mia no, Mia è una escort così perbene che ha bisogno di una scusa strappalacrime per giustificare una scelta che, stando alle parole dell’autrice, non ha né capo, né coda, ma profuma dell’imperante puritanesimo americano.
Puttane, sì. Ma con l’anima, insomma, e con la porta di servizio per il paradiso tenuta aperta col tacco dodici. Non si sa mai.

2236254

Io non consiglio questo romanzo se non come terapia d’urto. Sì, lo so; non è molto lusinghiero, ma la trama e i dialoghi sono talmente infarciti di cliché abusati e scontati che non si può non riderne, magari colle amiche, sorseggiando un prosecchino come si deve.
Stai passando un brutto periodo e hai bisogno di ridere?
Dagli un’occhiata. Lo trovi in edizione iper-economica per Mondadori, oppure puoi scaricare qui il primo volume, Gennaio, in formato e-book a 1,99 euro (è quello che ho fatto io). Altrimenti, tira pure dritto per la tua strada e impiega il tuo tempo libero in altro modo. Sono sicura che Mia se ne farà una ragione.

 

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...