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La Ragazza del Juke-Box (3)

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Elena ha rilevato il vecchio negozio di fiori della nonna ed è pronta ad iniziare un nuova vita nel paesino di Cala della Sirena. Ma il suo negozio fa gola anche a qualcun altro, che è disposto a fare carte false per sfrattare la piccola fioraia ed aprire un konditori in perfetto stile svedese…

3.

 

Elena si voltò e i suoi occhi incrociarono quelli di un uomo. Erano blu scuro. No, indaco, si corresse, specchiandosi in quelle iridi così particolari. Non ne aveva mai viste di simili, prima; non dal vivo, almeno, ma soltanto sui visi delle modelle dalla pelle eburnea che occhieggiavano dalle riviste. Non conosceva quel tizio. Forse era lo stesso ragazzo che aveva visto prima, di spalle, o forse no.

E tu chi sei?, pensò. Era alto. Venti centimetri più di lei, e la fissava con un’aria malandrina nello sguardo ed un accenno di sorriso sulle labbra.

Elena si sentì colta in flagrante, come se l’avessero beccata colla mano nel vaso delle caramelle. Dì qualcosa. Dì. Qualcosa. Ma quando aprì la bocca, ne uscirono solo una serie di suoni incoerenti.

«Io… ecco…»

«Se ti vede Enzo, ti stacca la testa», le sibilò lui, posandole una mano sulla spalla. Era calda. Calda e avvolgente. «Lascia fare a me», le disse, scostandola di lato. Con delicatezza. Nemmeno fosse fatta di cristallo.

Lui osservò il juke-box con sguardo attento, nemmeno dovesse decretare quale antiparassitario spruzzare su un cespuglio di rose, poi fece scorrere la mano sul fianco destro del juke-box, lentamente, come se stesse accarezzando il fianco di una donna. Corrugò le sopracciglia, socchiuse gli occhi e poi, con un colpo rapido e preciso, assestò una poderosa manata sul quel marchingegno dispettoso.

Per un attimo non accadde nulla, ed Elena pensò che avrebbe dovuto usare il primo incasso mensile per ripagare Ettore ed Enzo – più Enzo, in realtà – per il danno. Ma poi, come se quella manata avesse rotto un incantesimo, la puntina si risvegliò dal suo torpore e scese sul solco del disco in vinile. Un rumore della risacca, misto al suono melanconico di un pianoforte riempì l’aria, e la voce di Claudio Baglioni iniziò a ricordare, con struggente nostalgia, la storia di una maglietta fina ed una camminata strana.

«Ecco fatto!», disse lui, le mani sui fianchi e l’espressione soddisfatta. «Baglioni, eh?»

Sì! «No», ribatté Elena, e lui la fissò come se le fosse spuntata una seconda testa.

«Ma allora perché…»

«Ho premuto un pulsante a caso!», questo avrebbe voluto ribattere Elena. Era la verità. Non le importava ascoltare canzoni di quarant’anni prima, ma soltanto vedere se quell’arnese mastodontico funzionasse per davvero. Era stato solo un caso che il suo dito avesse pigiato proprio l’unica canzone di tutto il repertorio che conosceva a memoria dai tempi delle medie. Ma non ebbe modo di dirglielo. In quel mentre squillò il suo cellulare – Satie? – e lui le disse «Scusami», prima di allontanarsi e rispondere.

Elena lo sentì dire : «Allora?», e poi smise di ascoltare. Rimase a fissare il juke-box come se fosse un aggeggio infernale, il cuore che minacciava di sfondare le costole e un senso latente di paura che non riusciva a spiegarsi.
Vattene. Adesso!, le gridava il suo sesto senso, con l’urgenza terrorizzata del coniglio che ha sentito tra l’erba alta la presenza della volpe. E fu quello che fece, non appena una luce improvvisa solcò la distesa grigio carico delle nuvole. Girò sui tacchi, lasciandosi alle spalle il pergolato, la coppetta di gelato, quello strano ragazzo e la voce di Baglioni che attaccava, accorata, il secondo ritornello incurante del tuono che si propagò su Cala della Sirena.

Le prime, timide gocce di pioggia scesero a raffreddare i marciapiedi mentre Elena attraversava come una freccia il lungomare, senza guardarsi indietro.

E se mi stesse seguendo?

Perché mai dovrebbe? Sei scappata come una pazza furiosa!, si rispose, mentre la pioggia iniziava a mitragliare la cittadina con una violenza improvvisa. Scelse di passare per le stradine laterali, quelle che collegavano il corso principale al resto del paese, sfrecciando per vicoli e vicoletti nemmeno avesse il diavolo alle calcagna.

Aveva paura. Una paura dannata. Quel ragazzo profumava di vento e salsedine e lei sapeva per esperienza che questo avrebbe portato solo guai. E di guai ne aveva avuti abbastanza. Quello che Elena voleva erano giorni anonimi, uguali gli uni agli altri, in cui chinare la testa e lavorare come un mulo, senza distrazioni inutili che le avrebbero lasciato in mano solo un nugolo evanescente di mosche.

Non sono pronta. Non sono pronta. Non ancora, si disse, mordendosi le labbra, la frangetta appicciata alla fronte. Forse erano tutte sue fantasie. Forse quel ragazzo era solo gentile e aveva aiutato una sconosciuta in difficoltà, senza secondi fini. Figurarsi se un tipo del genere non avrà già la ragazza!, si disse, per calmare la corsa furiosa del sangue nelle vene. Ma non funzionò, perché Elena sapeva di starsi raccontando una bugia. Non aveva forse sentito qualcosa sciogliersi dentro quando aveva incrociato i suoi occhi blu?

Indaco. Sono indaco!

Non le aveva regalato uno strano formicolio allo stomaco vedere la sua mano muoversi lungo il fianco del juke-box?

Sì. Con dolorosa precisione. La stessa che le riempiva l’animo quando ripensava al suo Drew. Lo stesso che ti ha mollato senza troppe cerimonie quando la situazione s’è fatta scomoda, si ricordò, e l’immagine del suo ex ragazzo – alto moro ed affascinante – si dissolse come la nebbia ai primi raggi del sole.

Stupida! Ancora piangi per lui?

Si disse che era tutta colpa della pioggia, di Baglioni, dello stress e del ciclo che non arrivava mai puntuale. Sì, doveva essere così. Era un fascio di nervi. Ecco perché si era comportata come una ragazzina ed era scappata via nemmeno avesse visto il demonio. Ecco perché le tremavano le mani mentre tirava fuori dalla tasca dei jeans le chiavi e cercava di infilarle, invano, nella toppa.

Calmati!

Elena inspirò un paio di volte l’aria fino in fondo ai polmoni ed espirò fino quasi a svuotarsi del tutto; poi si impose di dominare il battito impazzito del suo cuore, infilò la chiave nella toppa, girò ed entrò, chiudendosi la porta alle spalle con una doppia mandata.

È tutto finito, si disse, tranquillizzandosi al contatto del legno contro la schiena. Si lasciò scivolare sul pavimento e si sdraiò a terra, nella casa vuota, allargò le braccia e respirò a bocca aperta fino a quando il battito del suo cuore non tornò a livelli accettabili. Vinse l’impulso di affacciarsi da una finestra, per vedere se lui tante volte l’avesse seguita, e trascinò i piedi fino in bagno. Aprì l’acqua calda, versò una dose generosa di bagnoschiuma al sandalo, si liberò dei vestiti oramai fradici e scivolò nella vasca, le ginocchia al petto ed il ticchettio della pioggia sul lucernario per compagnia.

 

«Allora?»

«Sessanta minuti», disse Shura dall’altra parte. «Ennesimo buco nell’acqua. Non c’è nessuno. E quello che ho visto non mi piace per niente.»

«La situazione è così brutta come dice Milo?»

«Purtroppo….», e Marco non trattenne una bestemmia. «Ti ricordi il vecchio fioraio di viale Svezia?»

«Sì, perché?», chiese, osservando un lampo di luce saettare nel cielo plumbeo. E ancora la pioggia cadrà, pensò.

«Perché qualcuno qui sta facendo dei grossi lavori di ammodernamento.»

«E allora?», domandò Marco. Non era la prima volta che un proprietario rendeva più accogliente la propria casa prima di venderla, e non sarebbe stata l’ultima. «Quel posto cadeva a pezzi, mi sembra logico che gli diano un’imbiancata…»

Il bubbolio del tuono riempì l’aria, che adesso profumava di ozono.
«Imbiancata?» La voce di Shura era tesa come una corda di violino. «No, amico, non ci siamo. Qui stanno facendo le cose in grande. Hanno riverniciato l’esterno, pulito l’interno, rasato il prato, lucidato le vetrine. Qui hanno fatto un lavoro coi controfiocchi, dai retta a me.»

«Vorrà dire che chiederanno di più ad Andreas. A noi che importa? Quello è disposto a…»

«No, Marco», l’interruppe Shura, e Marco si accigliò. «Ho visionato io stesso questa proprietà il mese scorso, quando abbiamo ricevuto la telefonata di Andreas. E credimi quando ti dico che questi sono i lavori che si fanno quando si vuole rimanere in un posto, non quando si pensa di venderlo.»

«Pareti colorate?», domandò Marco, mentre le prime gocce scesero a bagnare la sabbia e iniziava il fuggi fuggi generale, tra ombrelloni chiusi di fretta e teli da mare a proteggersi dalla pioggia.

«Limone pastello all’interno e verde acqua all’esterno.»

«Merda!», e Marco sferrò un pugno ad un tavolino. Il posacenere tintinnò stizzito e una nonna con una nidiata di nipoti al seguito gli scoccò uno sguardo di disapprovazione.

«Ci sono dei bambini!», protestò, gli occhiali in punta di naso e l’aria accigliata tipica della maestra elementare in pensione.

Marco la ignorò e le diede le spalle.

«Dobbiamo parlarne. Subito.»

«Domani.»

«Oggi, Rodrigo. Adesso.»

Shura tacque. Quando lo chiamava col suo nome di battesimo – e non con quel ridicolo soprannome che si portava dietro dai tempi dell’Erasmus a Milano – significava che la faccenda era davvero seria.

Marco lo sentì respirare profondamente dall’altra parte.

«Ci sei ancora?», chiese.

«Sì», rispose Shura. «Ma adesso non posso. Sono già in ritardo e tua cugina mi caverà gli occhi. Ne parliamo domani mattina. Intanto, ti mando le foto che ho scattato col cellulare. Tu avvisa Milo…»

«No», l’interruppe Marco. «Ne parliamo io e te. E nessun altro. Intesi?»

«Intesi. Passi a prendermi tu? Facciamo alle nove?»

«Alle otto», e sentì l’altro protestare in spagnolo. «Non ti preoccupare. La colazione la offro io», e, senza attendere risposta, Marco attaccò.

Fissò la pioggia scendere rabbiosa sulla sabbia e sul mare, le onde gonfiate da un vento di ponente parecchio minaccioso. Mi ci vuole un caffè, si disse, ma, voltandosi, notò che il bar e il pergolato si erano riempiti dei bagnanti che attendevano che spiovesse per tornarsene a casa. La ragazza colla coda di cavallo e i jeans alla caviglia era sparita.

 

Quel sabato mattina il cielo era limpido e azzurro, come se il temporale che durante la notte aveva spazzato la costa e ululato sopra i tetti delle case non fosse mai esistito. Un brutto sogno e niente più.

Marco tamburellava le dita sullo sterzo dell’auto mentre Shura, un paio di occhiali da sole calati sul naso, versava dal thermos il cappuccino in un bicchiere di plastica. I krapfen aspettavano ancora caldi dentro la busta di carta, ma nessuno dei due sembrava avesse voglia di divorarli, in barba all’avvolgente aroma di vaniglia che permeava l’abitacolo.

«Tieni», gli disse Shura, passandogli il bicchiere.

«Grazie», e Marco lo posò a raffreddare sul cruscotto. L’altro abbassò il finestrino e si accese una sigaretta. «Sei nella mia auto.»

Per tutta risposta, Shura aprì lo sportello e sporse la mano al di fuori. «Hai visto le fotografie che ti ho mandato?», chiese.

Marco annuì. Sì che le aveva guardate. Le aveva osservate una per una dal display dello smartphone, sotto lo sguardo accigliato della nonna coi nipotini, pronta a riprenderlo qualora se ne fosse uscito con un’altra esclamazione colorita. Solo che l’umore di Marco era atterrato al di là delle esclamazioni, delle imprecazioni e delle bestemmie. Era furioso. E piuttosto che cercarsi nelle tasche le parole esatte per esprimere tutta la sua rabbia, era rimasto in silenzio, un’espressione livida sul volto e lo sguardo truce di chi sta per tirare il collo a qualcuno.

«Siamo con l’acqua alla gola», mormorò. «I tre affitti per settembre ci daranno una boccata d’ossigeno, ma abbiamo bisogno di quella vendita.»

«Credi che non lo sappia?», replicò Shura.

«E allora saprai anche che dobbiamo inventarci qualcosa. Dobbiamo scoprire ogni cosa. Vita, morte e miracoli. Se ha fatto tutti quei lavori, avrà chiesto un prestito. Forse addirittura un mutuo. Ci sono degli scoperti? La nuova proprietaria ha già venduto a qualcun altro? E se sì, a chi…»

«Non aveva un mandato con noi?», domandò Shura, buttando fuori una nuvola di fumo. «Si eredita anche quello, giusto?»

«Giusto. Ma il mandato è scaduto sei mesi fa.»

«Tacito rinnovo?»

«Già fatto.»

Shura lanciò il mozzicone di sigaretta fuori dall’abitacolo e richiuse lo sportello. «Allora, si passa ai diciotto mesi.»

«Sì, con la condizionale.» Se Francesca ti prende, ti tira il collo…

«No, dico sul serio. C’è prima un rinnovo di sei mesi. Poi, il periodo è di diciotto mesi. Diciotto. Un anno e mezzo.»

Marco si voltò. Prese il cappuccino dal cruscotto e se lo portò alle labbra.

«Quindi…»

«Quindi, non può rivolgersi ad un’altra agenzia. Né può vendere l’immobile senza pagare una penale mostruosa, o accendere un mutuo usandolo come garanzia.»

Marco sogghignò.

«Ok. Ma la solfa non cambia. Abbiamo bisogno che voglia venderci la proprietà. Andreas vuole tutta la baracca, negozio e abitazione.»

«Quanto margine abbiamo?»

«Tre volte il valore della proprietà.»

Shura si abbassò gli occhiali in punta di naso.

«Stai scherzando?»

«No», e Marco diede un primo sorso al cappuccino.

«Ok. Magari, se riuscissimo a farglielo sapere…»

«Se solo non ci sbattesse il telefono in faccia, ogni santa volta…»

«E se mandassimo Milo?», propose Shura. «Magari lui l’ascolta. Quello le donne se le rigira come fossero burattini, dopo tutto.»

«Non ha l’esperienza necessaria. E poi dovremmo essere presenti anche noi, al momento del contratto. Non ha il patentino, ricordi?»

«Già…»

«Qui ci vuole un approccio diretto. Occorre andare da lei e piantonare la casa. Fino a quando non ci ascolta.»

«O fino a quando non chiama la polizia…»

Rimasero in silenzio, le onde che si spegnevano contro i pilastri del pontile e il vociare chiassoso che arrivava dalla spiaggia. Avrebbe fatto caldo anche quel giorno.

«Avremmo dovuto aprire uno stabilimento balneare, altroché», si lamentò Shura versandosi il cappuccino.

«Sì, per lavorare tre mesi l’anno, e poi?», domandò Marco.

«Ma almeno in quei tre mesi avremmo visto un viavai di belle ragazze in bikini.»

Marco finì di bere, poi accartocciò il bicchiere nella mano.

«Te lo chiederò una volta sola», disse, guardando il pontile davanti a sé. «Si può sapere che è successo ieri sera?»

Shura si stiracchiò le gambe. Afferrò la busta coi krapfen e l’aprì.

«È successo che ne ho le tasche piene.»

«Di Francesca?»

«No, non di lei. Ne ho le tasche piene di tutta questa storia del matrimonio.»

«Hai cambiato idea?»

«No», replicò Shura. «Io tua cugina me la sposo. Ma vorrei farlo a modo mio. E vorrei che lei stesse a sentire me, e non quell’idiota della sua testimone di nozze.»

Diede un morso generoso al krapfen, riempiendosi mani e bocca di zucchero a velo.

«Io volevo una cosa semplice. Senza troppi fronzoli. Ma no. Lei vuole la cerimonia a Sant’Alessio, e quindi abbiamo passato la notte in auto, pur di prenotare la chiesa. Io avrei voluto una cinquantina di invitati a testa, ma lei no. Duecento, o non se ne fa nulla. È andata a chiamare i compagni delle medie, figurati! E poi il wedding planner, e il fotografo, e le bomboniere, e la lista di nozze da Limentani…»

Pausa. Altro morso al krapfen. Poi, a bocca piena, Shura aggiunse: «Sai chi le ha messo in testa queste scemenze? Quella stronza di Michela!».

«Michela… Non me la ricordo. Qual è?»

Shura ghignò.

«L’infermiera. Quella che sembra uno yorkshire extra extra large…», rispose. «Quella che a Capodanno ti si è appiccicata addosso. Per tutta la sera…»

«Oddio! Quella?» Marco si segnò. «Ma Roberta? Che fine ha fatto?»

«Sarà scappata», rispose Shura, stringendosi nelle spalle. «E la cosa più assurda è che Francesca non si accorge che Michela sta facendo le prove generali del suo matrimonio tramite il nostro.»

«Perché? Si sposa?»

«Non lo so e nemmeno me ne frega nulla. A me questa cosa non sta bene. Non siamo a Beverly Hills. Siamo a Cala della Sirena. Basta una cappella, gli sposi e i testimoni. Stop.»

«Una via di mezzo?»

«L’avevamo trovata da noi, prima che quell’imbecille ficcasse il naso!»

«Per questo avete rotto?»

«Rotto?» Shura lo fissò come se gli fossero spuntate un paio di vistose corna da toro in mezzo alla fronte. «Assolutamente no!»

Marco si strinse nelle spalle.

«Francesca diceva così ieri sera…»

«E Francesca ha capito male! Io ho solo espresso la mia opinione sulle rose da bottoniera. Quell’attrezzo del wedding planner voleva farle scegliere a tutti i costi una rosa grossa così», e Shura disegnò un cerchio unendo incidi e pollici di entrambe le mani. «Un affare che non sarebbe mai e poi mai rimasto al suo posto, nemmeno cementandolo. Io mi sono permesso di dire la mia, e sono stato zittito. Così, vista la situazione, ho preso da parte tua cugina e le ho ricordato che il matrimonio è anche il mio, e che se la mia opinione veniva dopo quella di Michela o di Chastity…»

«Chastity!?»

«Il wedding planner. Un attrezzo che te lo raccomando…», spiegò Shura pulendosi le mani con un tovagliolino di carta.

«Quello delle bolle di sapone?»

«In persona. Adesso capisci perché le ho imposto un aut aut?»

«Non capisco perché tu non l’abbia fatto prima», disse Marco. Donne, pensò. «E quindi?»

«E quindi adesso siamo senza fioraio, senza addobbo per la chiesa e senza bouquet…»

Marco tacque. Un gabbiano attraversò lo spazio davanti ai suoi occhi ed ebbe un’idea. Tentare non nuoce. «Scusami, cos’hai detto che c’era in Viale Svezia?»

«Un fioraio. Perché?»

Marco sorrise. «Forse ho trovato la soluzione a tutti i nostri problemi.»

 

Note:

Non rammento se il rinnovo dell’incarico all’agente immobiliare segua i termini descritti da Shura. Facciamo che chiudiamo un occhio ok?

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