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La Ragazza del Juke-Box (2)

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Elena ha rilevato il vecchio negozio di fiori della nonna ed è pronta ad iniziare un nuova vita nel paesino di Cala della Sirena. Ma il suo negozio fa gola anche a qualcun altro, che è disposto a fare carte false per sfrattare la piccola fioraia ed aprire un konditori in perfetto stile svedese…

2.

 

Quando il suo smartphone colmò il silenzio sonnolento del primo pomeriggio colle note del Canone di Pachelbel, Marco sperò con tutto il cuore che quella telefonata fosse foriera di buone notizie.
Forse quella stramboide della nipote di Isabella aveva risposto al telefono ed era stata a sentire la loro proposta? O forse no.
Sospirando, Marco disse ad Andreas: «Scusami, è una questione di lavoro», e si alzò.

«Tranquillo. Ci siamo detti tutto quello che c’era da dire», rispose l’altro, tornando a riprendere una conversazione interessantissima con quelle onde argentate che splendevano in lontananza.

Signorsì! «Signora Colizzi!», esclamò Marco, con un trillo falso come una moneta di cioccolato. «Ho delle buone notizie per lei…», e si allontanò dal tavolino, conscio che Andreas avesse drizzato le antenne, per non perdersi nemmeno una parola.

«Signora Colizzi?», chiesero dall’altra parte. «Ma non è morta lo scorso anno?»

«Improvvisavo», ribatté Marco quando fu a distanza di sicurezza, dietro un profumato cespuglio di oleandro. Posò una mano sul fianco e regalò uno sguardo dubbioso al cielo. La tempesta si avvicinava, inesorabile come un panzer e veloce come uno sciame di cavallette. Tra meno di mezz’ora qui viene giù uno sgrullone che vedi. «Dammi delle buone notizie, Milo. Ho avuto una mattinata pessima e…»

«Mai quanto la mia», si sentì rispondere. C’era tensione e nervosismo e stanchezza nella voce del ragazzo – un agente immobiliare in prova con un discreto senso degli affari, ma ancora sprovvisto del patentino necessario per incassare le proprie provvigioni – e questo faceva affiorare il suo accento particolarissimo, che procurava a Marco una fortissima emicrania.

«Allora veniamo al sodo, vuoi?»

«Volentieri!» Sentì Milo ingoiare un sorso d’acqua e poi aggiungere: «La vedo nera.».

Maddai?, pensò Marco fissando un nuvolone più grosso e minaccioso degli altri, prima di ribattere: «Raccontami qualcosa che non so…».

«Non sto scherzando. Ho passato tutta la mattina a chiamare quella tizia, ma niente. Non mi ha risposto una sola, singola volta.»

«E perché non sei andato sul posto? Avevi paura che ti prendesse a borsettate?»

Un grugnito malcelato, poi Milo rispose: «Ho fissato tre incontri per delle case da affittare a settembre. E poi ho fatto altre telefonate.».

«E a chi?», domandò Marco. Tre affitti per settembre. Una goccia nel mare, ma chi era lui per sputare su quei soldi? Nessuno.

«A qualcuno che mi doveva un paio di favori.» Il ragazzo aveva una quantità indecente di contatti e nessuna remora a tirare fuori dal cilindro il nome giusto al momento giusto.

«Hai scoperto qualcosa?»

«Al momento, no. Ma Claudia ha detto che mi avrebbe fatto sapere in serata. Lunedì mattina al massimo.»

Claudia. La bancaria dai capelli rossi e una spruzzata generosa di lentiggini che per poco non aveva avuto un infarto quando aveva incrociato Milo allo sportello. Marco sogghignò.

«Qualcosa circa mutui, prestiti, eccetera eccetera?»

«Precisamente», disse Milo, una nota di zucchero nella voce. «Se c’è qualcosa di poco chiaro o che la signorina non vuole farci sapere, credo dovremmo esserne al corrente.»

«Per avvisare il nostro cliente, giusto?»

«Certo. Per quale altro motivo?», e sentì Milo ridere di gola.

«Nessuno», e Marco si unì a lui, mentre un sorriso affilato come una tagliola gli stirò le labbra in una smorfia ferina. «Shura?»

«È andato via prima, oggi. Aveva da fare.»

«Specifica da fare

«Ah, non chiederlo a me. È stato molto, molto vago, ma dalla faccia scura che aveva, si capiva lontano un miglio che aveva a che fare col matrimonio. Anzi, coi preparativi. Ma non erano le spose ad occuparsi di tutto, una volta?»

«Hai detto bene. Una volta.»

Marco osservò non visto Andreas alzarsi e lasciare il tavolino. Forse il mare gli aveva raccontato tutto quanto, o forse ne aveva abbastanza della posa da bello&impossibile e aveva deciso di tornarsene a casa, liberarsi di quegli abiti scuri e fiondarsi sotto la doccia.

«Vorrà dire che gli farò uno squillo io.»

«Buona idea», disse Milo. «A che ora torni in ufficio? Io non ho le chiavi.»

«Ci vediamo alle cinque. Come al solito», e attaccò.

Cercò il numero di Shura in rubrica, lo selezionò e attese pochi squilli prima che il suo socio rispondesse, con un ringhio basso e cupo, quello della bestia che avvisa di voler essere lasciata in pace, prima di chiudere le fauci sulla caviglia del malcapitato e serrare la presa fino a sentire il CRACK delle ossa che si spezzano.

«Pronto?»

Accolli e matrimoni non si augurano a nessuno, pensò Marco prima di ribattere: «Dove stai andando?».

«Vuoi davvero saperlo?»

«Sì, visto che te ne sei andato via prima dall’ufficio…»

«Sto andando a prendere tua cugina per andare a parlare con uno dei tanti gaglioffi che ci spillerà una cifra indecente per non so quale scemenza. Fiori, bomboniere, servizio fotografico. Magari anche le bolle di sapone…»

«Bolle di sapone?»

«Eh, ridi ridi. Ma quel pazzo furioso del wedding planner era serio. E tua cugina dietro.»

«Ma che ci avreste dovuto fare?»

«Darle ai bambini. Quelli invitati al matrimonio. Per farli svagare, nemmeno li avessimo deportati nelle miniere di sale!»

«No, non ci credo!», esclamò Marco gettando un’occhiata alla terrazza – abusiva e condonata – che si affacciava sulla spiaggia. Era deserta, eccezion fatta per una ragazza. Capelli castani, corpo snello e coda di cavallo. E jeans alla caviglia. E…

«Fai male!» La voce di Shura catapultò l’attenzione di Marco su di sé. «Lì fuori è pieno di squali che non appena sentono la parola matrimonio si fanno in quattro per dissanguarti, fino all’ultimo centesimo e oltre. Dammi retta, Marco. Amarsi sempre, sposarsi mai.»

«Sei ancora in tempo per tirarti indietro…»

«Lo so. Ma sappiamo tutti e due che non lo farò perché sono un fesso che s’è innamorato. Bella fregatura, eh?»

Marco ghignò. «Non ammazzarmela, ché Francesca è l’unica cugina che ho…»

«Fossi matto! Poi chi la sente, nonna Agata?»

«Piano, bello. È mia nonna. Sposati, e poi ne riparleremo…» Sentì Shura ridacchiare dall’altro capo. «Non è che faresti un salto a Viale Svezia, strada facendo?»

«Sono già per strada, cosa credi?»

«Immaginavo…»

«Se la montagna non va da Maometto…»

«… Maometto andrà alla montagna», concluse Marco.

 

Tommaso era indaffarato dietro al bancone dei gelati. C’era una famiglia tanto numerosa quanto chiassosa che stava indicendo libere elezioni per trovare l’ultimo gusto che avrebbe completato una vaschetta da un chilo e mezzo di gelato. Mentre la vaniglia aumentava il suo vantaggio sulla zuppa inglese, Tommaso le fece cenno di aspettarlo fuori ed Elena annuì, prima di uscire sulla terrazza esterna, all’ombra del pergolato. Faceva caldo, ma spirava una brezza fresca dal mare che le accarezzava la pelle, portandole un po’ di sollievo. A breve sarebbe venuto giù il diluvio universale parte seconda, ed Elena sperò di essere già rientrata per quando lampi e fulmini avrebbero solcato la distesa nera delle nuvole.

Un gelatino. Uno solo e poi via, di corsa a casa.

Lo promise alla sua coscienza, spazientita da quel fuori programma. Ma, d’altro canto, le sussurrò il suo lato spensierato, non avrebbe potuto fare molto altro, con quella pioggia in arrivo, se non spolverare, spazzare e preparare la cena. Quindi, tanto valeva ritagliarsi una mezzoretta per sé. E poi in negozio faceva un caldo asfissiante, nonostante le porte spalancate e le finestre aperte. Gliel’aveva consigliato Alessandro di tenerle così. «Attirerai l’attenzione», le aveva detto, facendole l’occhiolino, ma Elena aveva dovuto constatare che nessuno si era affacciato a sbirciare cosa stesse succedendo nel vecchio negozio di Isabella. Come se non l’avesse rigirato da cima a fondo, nemmeno fosse un calzino da rammendare. Come se fosse trasparente.

«No, che non lo sei», le aveva detto Marina, mentre l’aiutava ad asciugare i piatti e a infilarli nella piattaia sopra al lavello. «È che non vogliono dartela vinta, ecco tutto. Vedrai, il giorno dell’inaugurazione ci sarà il pienone!», le aveva assicurato, dandole di gomito.

Elena sospirò. Aveva bisogno che fosse così. Un bisogno disperato. Doveva estinguere il mutuo il prima possibile, far andare in attivo i conti e poi, solo poi, avrebbe dovuto dimostrare agli assistenti sociali che avrebbe potuto prendersi cura di sua sorella Irene.

«Ti avviso, non sarà facile», le aveva detto Vittorio, l’assistente sociale bello da far invidia ad un fotomodello e sveglio come Leonardo da Vinci. Forse anche di più. «Tu sei single, appena ventenne e in questo paese una donna come te ha poche possibilità di farcela da sola. Paradossalmente, sarebbe più facile se ti sposassi.»

Glielo aveva detto passeggiando sotto i tigli dei viali del Policlinico, ma Elena non aveva più un fidanzato a cui chiedere un passo così importante. Un sacrificio così importante, si corresse. Ma, anche se Drew fosse rimasto con lei, non ce l’avrebbe fatta. Nossignore. Ci si sposa per amore, non per dovere. E poi aveva promesso a Irene che avrebbero abitato insieme, nella casa della nonna a due passi dal mare. Cala della Sirena era il posto ideale per crescere una bambina, più tranquillo di Roma e meno dispersivo. Un posto dove tutte e due avrebbero potuto ricominciare una nuova vita. O almeno provarci. E il resto, si sa, sarebbe venuto da sé.

Posso farcela, si disse, stringendo i pugni. E fu allora che lo vide, addossato in fondo alla terrazza, spalle al mare e lucido come se fosse appena uscito dal negozio. Un juke-box in radica di noce e dettagli rosso fiamma. Un modello alto quasi quanto lei, identico a quello che troneggiava nei musicarelli che riempivano i palinsesti dei pomeriggi estivi assieme all’immancabile film di Totò.

Funzionerà?, si chiese, avvicinandosi in punta dei piedi, nemmeno potesse disturbare il sonno di quel mostro di radica e transistor. Una cupola di vetro custodiva una serie di 45 giri, allineati di taglio. C’era una pulsantiera numerata, con una serie di titoli disponibili, quasi fosse il citofono di un condominio. La canzone più recente risaliva al 1972.

Fresche fresche di giornata, pensò Elena, accarezzando la pulsantiera colla punta delle dita. La fessura in cui introdurre i soldi era illuminata. Si frugò nelle tasche dei jeans e vi trovò una moneta da cinquanta centesimi.

Perfetto.

Sarebbe stata la sua scappatoia. Se Tommaso le aveva detto – a fior di labbra – di aspettarla fuori, probabilmente avrebbe fatto una pausa per tenerle compagnia, perché probabilmente Marina glielo aveva chiesto sapendo che lui l’avrebbe accontentata. Tommaso era fatto così. Una brava persona, un ragazzo gentile che si pagava gli studi lavorando d’estate, ma un po’ troppo taciturno per i suoi gusti. Erano i suoi silenzi a lasciarla a disagio; quelli e i suoi occhi. Azzurri e freddi. Era come guardare il mondo da dietro un pezzetto di vetro, e così si sentiva Elena, davanti a lui: trasparente, come se Tommaso riuscisse a vederle attraverso.

«Tu gli piaci.»  Marina se l’era lasciato scappare davanti a una caprese, sganciando una bomba da svariati megatoni sulla sua testa con la stessa grazia e la stessa noncuranza di una prima ballerina che attraversa il palcoscenico in punta di piedi nel suo tutù vaporosissimo. «Perché tu sei diversa», si era premurata di aggiungere Marina prima di addentare un altro boccone di mozzarella di bufala e cambiare argomento, ma non le aveva spiegato in cosa consistesse la sua diversità, né Elena era più tornata sull’argomento.

Non è che mi ha dato buca apposta?, pensò, prima che un refolo gentile le accarezzasse la nuca e un rumore alle sue spalle non la costringesse a voltarsi. C’era un uomo, dall’altra parte della terrazza, che stava uscendo in strada con il telefonino incollato all’orecchio. Elena lo vide di spalle, una camicia chiara e i capelli scuri e gli avambracci abbronzati, poi lui sparì dietro l’angolo e nel suo campo visivo apparve la coppa gelato più grande che lei avesse mai visto. Una di quelle che occhieggiano in foto, accanto alla cassa, con tanto di sbuffo enorme di panna montata e ciliegina in cima. Fu nell’attimo successivo, quello in cui vide Tommaso avvicinarsi, che Elena capì che quella coppa mastodontica era per lei. No, c’è uno spiacevolissimo malinteso, pensò, e fece per protestare, quando Tommaso posò il vassoio sul tavolo, stese un sottobicchiere di carta coi bordi merlettati e vi poggiò sopra la coppa dicendole: «Scusa se ti ho fatto aspettare.».

«Figurati. Stai lavorando.» Elena guardò quel gelato come se fosse appena atterrato da un’altra dimensione e scoprì con allarme che c’era un solo cucchiaino.

«Caffè, Liquirizia e Variegato all’amarena.», enunciò Tommaso. «Goditi il tuo gelato.»

«Grazie, ma ho lasciato a casa l’esercito…», disse, quando il suo stomaco la tradì e si produsse in un GROAN accorato. «Scu…scusami…»

Tommaso scosse la testa.
«Da quant’è che non fai un pasto decente?»

«Mangio tutti i giorni», protestò Elena, lo sguardo fisso sul pavimento sporco di sabbia.

«Non parlo di tramezzini, tranci di pizza o cose simili. Parlo di un pasto vero. Venti minuti di pausa. Da quant’è che non li fai?»

E chi se lo ricorda?, pensò Elena. Tacque, torturandosi le mani. Poi disse: «C’è lo zampino di Marina dietro, vero?».

Tommaso sospirò.
«Marina è fatta così», disse. «Prenditi un momento, Elena. Stai facendo da sola il lavoro di una squadra di carpentieri. Vuoi arrivarci in forze all’inaugurazione, oppure no?»

«Sì, che c’entra? Ma ho un sacco di cose da fare, ancora…»

«Puoi farle dopo», l’interruppe lui, con tono conciliante. «Il gelato si sta squagliando, ed è un peccato sprecare il cibo, giusto?»

Elena si arrese.
«Giusto.» Poi mise la mano in tasca e disse: «Quanto ti devo?».

«Assolutamente nulla», rispose Tommaso. «Offre la casa.»

«Non posso accettare!»

«Sì che puoi. Adesso ti siedi, mangi il gelato con calma e te ne stai accanto al juke-box, così gli fai anche pubblicità.»

«Pubblicità?»

«Prima che tu me lo chieda, no, non c’entra niente Marina. È un’idea di Enzo. Ha speso una barca di soldi per quel coso, ma non lo usa nessuno. Finora.»

«E io dovrei…»

«Venire qui tutti i pomeriggi», specificò Tommaso, «quando decidi di prenderti una pausa. Arrivi, ti fai vedere dentro, ti accomodi, prendi un gelato e intanto fai andare quel coso. Così ti fai anche vedere in giro.».

«Enzo non farebbe prima a cambiare le canzoni?»

«Sì, ma sai anche tu che Enzo sa essere molto testardo, quando vuole.»
Tommaso prese il vassoio e se lo mise sotto il braccio, come fossero i libri di testo di un liceale. «Adesso devo rientrare. Tu goditi la tua pausa», e fece dietro front, il grembiule immacolato che spiccava sui pantaloni neri, lasciandola da sola.

Elena si accomodò, prese il cucchiaino e si portò alle labbra una prima cucchiaiata di gelato. Squisito. Il caffè non era zuccherato, la liquirizia amarognola e il variegato all’amarena aveva dei pezzettoni di frutta candita che schioccavano sotto i denti.

Sai quanti squat dovrai fare per smaltire tutto questo?, le sibilò la propria coscienza, ma Elena non abboccò. Aveva davvero lavorato come un mulo e i vestiti le erano diventati larghi.  E poi, ho bisogno di energie per scartavetrare e riverniciare porte e finestre, si disse, ingoiando un’altra cucchiaiata. Fu allora che si ricordò del juke-box, alle sue spalle.

I patti si onorano, diceva sua nonna. Anche solo una volta.

Così, Elena si alzò, affondò il cucchiaino nel caffè ed estrasse dalla tasca la moneta da cinquanta centesimi che avrebbe dovuto offrirle una scappatoia. La infilò nella fessura e pigiò un tasto a caso sulla pulsantiera. Un braccio meccanico sollevò un disco, nemmeno fosse stato un completo nell’armadio, lo posò sulla piastra e la puntina metallica si sollevò, per fermare la propria corsa a mezz’aria. Il disco girava e la testina se ne stava lì, immobile, come se fosse conscia del fatto di essere andata in pensione almeno una ventina di anni prima.

E adesso come ne esco?

Non c’era anima viva sulla terrazza. Il deserto dei Tartari. Tommaso era rientrato, la gente sonnecchiava in spiaggia e il juke-box s’era ammutinato.

E se provassi col solito metodo?

Il solito metodo era il preferito di suo padre e consisteva nell’assestare colpi poderosi al macchinario che faceva le bizze – quale che fosse, ma riusciva benissimo con la televisione, la radio e il monitor del computer – intimandogli di tornare a funzionare. Come se quelle minacce e quegli schiaffoni sortissero un qualche effetto.
Che cosa ho da perdere?, si chiese Elena, assestando la prima pacca. Una pacca gentile, cui accompagnò un «Oh, avanti!», finto stizzito, che però non toccò il cuore della puntina magnetica, che rimase lì, esattamente dov’era. A mezz’aria.

«Oh, ma insomma!!», disse, assestando un altro colpo, più deciso del precedente. «Almeno ridammi i miei soldi!», protestò, quando una voce alle sue spalle – una voce maschile – disse: «Posso?».

 

Note:

Lo sgrullone è un termine tecnico che nel dialetto romano indica l’acquazzone improvviso, ricco di tuoni, lampi, fulmini e satte, tipico del periodo estivo.

I musicarelli erano quelle commediole musicali che servivano a promuovere il disco e/o il cantante del momento. Protagonista assoluto, Gianni Morandi, e ricordo che non c’era estate in cui mia madre non si fermasse davanti al televisore per rivedere quei film, canticchiando quelle canzoni.

E poiché il pensiero di una coppa gelato extra-extra-large mi provoca diabete fulminante, che ne direste di ripiegare su un innocuo caffè freddo?

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