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La Ragazza del Juke-Box

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Elena ha rilevato il vecchio negozio di fiori della nonna ed è pronta ad iniziare un nuova vita nel paesino di Cala della Sirena. Ma il suo negozio fa gola anche a qualcun altro, che è disposto a fare carte false per sfrattare la piccola fioraia ed aprire un konditori in perfetto stile svedese…

1.

Elena appoggiò la scopa contro il muro e si stiracchiò i muscoli indolenziti. Piano piano, come fanno i gatti quando riemergono dal loro torpore. Sono a pezzi, pensò, strizzando le palpebre e passandosi le mani sulla nuca. Le sue dita incontrarono il nodo del fazzoletto che le proteggeva i capelli dalla polvere. Erano sudati. Sono a pezzi e sembro uno straccio, aggiunse, senza avere il coraggio di specchiarsi sulla vetrina tirata a lucido. Il locale, però, brillava e questo la fece sentire in qualche modo ricompensata.

Non adagiarti sugli allori. Hai ancora un mucchio di cose da fare, si ricordò, slacciandosi il grembiule e liberandosi del fazzoletto. Marina le aveva dato appuntamento per le cinque, ma prima doveva liberarsi dell’immondizia; c’erano cinque sacchi della spazzatura, pieni di polvere e cocci e piante abbandonate da tempo immemore al loro destino, che aspettavano accanto alla porta.

Aveva tenuto poche cose della precedente gestione: i nastri per rifinire le confezioni regalo – ora disposti ordinatamente accanto al vecchio registratore di cassa – il tavolo dal piano di vetro,  i coprivaso di ceramica bianca, i sottovaso in buono stato e qualche mobile – che Marina si era offerta di verniciare con l’aerografo – la macchina per l’espresso, le tazzine spaiate e le decorazioni stagionali: i cuori per S. Valentino, le uova di cartone per Pasqua, due ombrellini di carta di riso per l’estate e le immancabili palle natalizie in argento e blu, assieme ad un vecchio puntale a forma di stella che Elena sospettava risalisse a quando sua nonna era bambina. E forse anche prima.

Tutto il resto avrebbe trovato a breve una migliore destinazione d’uso. Doveva solo farsi forza e andare a depositare quelle quattro cose spaiate in qualche negozio dell’usato, dove sarebbero rimaste a marcire fino alla fine dei tempi, lontano dai suoi occhi. Una cosa per volta, si disse Elena raccattando la scopa e svuotando il contenuto della paletta in un grosso sacco nero.
Ripose tutto nell’armadietto dei detersivi, fece tintinnare la tenda di perline trasparenti che divideva il laboratorio dal negozio ed aprì la porta. Doveva sbrigarsi. Il camion della nettezza urbana sarebbe passato a momenti e non poteva certo lasciare quei sacchi accanto al cassonetto, come se niente fosse. Non abitava più a Roma, ma nella pulitissima Cala della Sirena, paradiso incontaminato a due passi dalla capitale. Tutti in città sapevano che aveva rilevato il vecchio negozio di sua nonna. Lasciare le immondizie per strada sarebbe stata una pessima pubblicità, oltre che un gesto incivile. E lei, che per il paesino era ancora la signorina di città che andava a passare le vacanze dalla nonna, aveva un disperato bisogno di integrarsi. Cala della Sirena era casa sua, adesso, e doveva ricavarsi una nicchia in cui vivere in pace.

Elena trascinò fuori dalla porta il primo sacco. Pesava un accidenti, nemmeno avesse contenuto un cadavere fatto a pezzi. E ce ne sono altri quattro, pensò, a metà strada tra il portico e le scale. Le cicale cantavano la loro canzone ossessiva e in giro non c’era nessuno. Sono le tre del pomeriggio. Chi vuoi che se ne vada a spasso a quest’ora?, pensò caricando il sacco su una carriola sbilenca che aveva trovato in fondo ad uno sgabuzzino polveroso.

Marina le aveva promesso che avrebbero riverniciato anche quella per ricavarne una fioriera in perfetto stile shabby-chic che avrebbe accolto i clienti all’entrata. Non ci voleva poi molto. Una mano di antiruggine, una di vernice e un bagno nel caffè, un po’ di terra e qualche pianta graziosa ma non troppo. Ce la posso fare, si disse rovesciando il sacco accanto al cassonetto. Si asciugò il sudore dalla fronte. Ce la posso fare.

Tornò in un battibaleno nel negozio, il cigolare della ruota per compagnia, abbandonò la carriola in fondo alle scale, salì i gradini a due a due ed entrò per prendere il secondo sacco.

«Serve una mano?»

Elena sussultò e quasi cadde sul pavimento tirato a lucido. Sulla soglia vide una sagoma. Un uomo. Se ne stava appoggiato con le mani agli stipiti della porta, le caviglie incrociate, ma il sole alle sue spalle rendeva difficile riconoscerlo.

«Alessandro?», chiese Elena, schermandosi la vista con una mano. Non conosceva altri uomini in città, oltre al marito di Marina. Chi altri poteva essere se non lui?

«In persona», lo sentì ridere. «Questo posto ha cambiato faccia», disse lui, guardandosi intorno.

«Non stare sulla soglia. Entra.»

«Sicura? Non vorrei sporcare il pavimento…»

Elena scosse il capo. «Figurati. Non ho certo finito, qui.»

Alessandro disse: «Eh, lo immagino», ed entrò.

«Che ci fai in giro a quest’ora?», gli chiese Elena, stringendo l’elastico attorno alla coda di cavallo.

«Ti ho vista armeggiare con la spazzatura. Non è che ti serve una mano?»

«Ti manda tua moglie, vero?»

Alessandro sorrise, ed apparvero un paio di fossette sulle sue guance.

«Colpito e affondato», rispose, alzando le mani. «Oggi ha un po’ di nausea, quindi si scusa ma non potrà accompagnarti a fare quella passeggiata sul lungomare come ti aveva promesso.»

Come io le avevo promesso, pensò Elena. Marina le aveva estorto quel sì sfinendola con i suoi «Essù», «Eddai», «E che ti costa?» sparati a raffica fino a quando non le erano rimaste due alternative: strozzarla – ma considerando che era appena entrata nel quarto mese di gravidanza non le era parsa una buona idea – oppure accontentarla. Povero Alessandro, pensò, prima di commentare la notizia con un sincero «Mi dispiace».

«Succede», le rispose Alessandro, facendo un gesto con la mano, come a scacciare via una mosca fastidiosa. «Speriamo solo che queste nausee passino presto. Sai anche tu quanto possa essere seccante stare male in estate.»

Quanto Marina sappia essere seccante quando sta male, estate o non estate, pensò Elena. Poi rise.

«Vedrai che passerà», gli disse. «Ma perché non mi ha chiamato?»

Le labbra di Alessandro si arricciarono in un sorriso. «Avrebbe voluto. Solo che qui in negozio il telefono è staccato. E devi avere abbandonato il tuo cellulare sul fondo della borsa…»

«Magari! L’ho spento per avere cinque minuti di pace.»

«Hanno chiamato ancora?»

«Da questa mattina alle nove.»

«E tu?»

«Non ho risposto. So essere molto cocciuta, quando mi ci metto.»

«Elena, lo sai. Se hai bisogno di qualcosa, qualunque cosa…»

«… lo so, Alessandro. Lo so. Basta un fischio. Tu e Marina siete gentilissimi, ma non dovete preoccuparvi. Non ce n’è motivo. Dico davvero.» Sorrise. «Ma se proprio insisti, visto che sei qui non è che mi daresti una mano a portare questi sacchi fino al cassonetto?»

«Certamente», disse Alessandro.

«Sei un santo!», esclamò Elena alzando gli occhi al soffitto.

«Però mi devi promettere una cosa…»

«Cosa?»

«Che andrai a prenderti lo stesso quel gelato da Ettore.»

«No, da sola no. Non sarebbe divertente», ribatté Elena. Adesso che l’appuntamento con Marina era saltato, avrebbe potuto continuare a lavorare in negozio per tutto il pomeriggio. L’inaugurazione era fissata per dopo Ferragosto, e anche se mancavano ancora una ventina di giorni alla data fatidica, non poteva permettersi il lusso di cincischiare oltre.

«Hai bisogno di un tirare il fiato», le disse Alessandro, sollevando il primo sacco come se fosse ripieno di bambagia e non di tazze sbeccate. «Ettore è a due passi da qui. Vai, mangi il gelato tornando indietro e ti rimetti al lavoro. Non mi sembra male, come idea.»

«No, non posso. Lunedì arriva la vernice e…»

«Te lo chiedo come favore personale», disse Alessandro agguantando un altro sacco. «Da Ettore lavora il fratello minore di Marina. E tu sai che Marina, quando ci si mette…»

«Sarebbe capace di chiedergli se sono passata?»

Alessandro annuì. «Non proprio. Ma lo verrebbe a sapere comunque.»

«Ma stiamo scherzando? Adesso non sono più libera di…»

«No», sospirò Alessandro caricando la carriola con i due sacchi ed impugnandone i manici. «Non sei a Roma. Sei a Cala della Sirena. E credimi quando ti dico che qui tutti sanno se e quando sei andata al bagno prima ancora che tu abbia tirato lo sciacquone. Lo so. È una metafora disgustosa. Ma rende benissimo l’idea…»

 

 

«Tu sei pazzo.»

Marco si sventolava con il menù della gelateria. Al diavolo tutto. Aveva sete e sotto il pergolato di legno non tirava un filo d’aria. Dalla spiaggia arrivavano le canzonette estive strillate a tutto volume dalle radioline portatili, mentre una pallina impattava con un suono sordo contro il legno dei racchettoni e i bambini che si rincorrevano sulla battigia schiamazzavano incuranti delle voci delle madri che temevano per l’incolumità dei propri rampolli, ma non si allontanavano dalla partita a scala quaranta del dopo pranzo. Il cielo si andava rabbuiando a est, promettendo di scaricare entro sera la tempesta del secolo su Cala della Sirena.

Magari piovesse!, pensò Marco. Il quale non ne poteva più di dormire con il condizionatore acceso tutta la notte e avrebbe gradito volentieri svegliarsi con la pelle increspata dall’aria fresca del mattino.

Andreas, al contrario, non sembrava toccato da quel caldo assurdo, come se non partecipasse dello stesso spazio-tempo del suo prossimo. Come se per lui certe regole – tipo i colori scuri che attirano la luce del sole e trattengono il calore, ad esempio – non valessero.  Sudo solo a guardarlo, si disse Marco osservandolo. Indossava una polo rosso scuro, jeans neri e delle sneaker grigio scuro. Andreas era sempre perfetto, in ogni momento. Come un manichino appena scappato dalla vetrina invernale della Rinascente. O un fotomodello piovuto qui da un set fotografico per darkettoni, pensò Marco. Seduto dall’altra parte del tavolo, Andreas osservava il mare con un’espressione imperturbabile sul viso, come se in quelle onde che battevano e levavano pigre fosse contenuto chissà quale segreto.

Marco abbandonò di malagrazia il menù sul tavolo di plastica ed incrociò le braccia.

«Andreas? Mi hai sentito? Sto parlando con te!»

Andreas sospirò, poi portò i suoi occhi color ametista su di lui.

«Non stai parlando con me. Mi stai dando del pazzo», precisò.

«Perché ragioni come un pazzo», esclamò Marco, dando una manata sul tavolo.

«Io?»

«Sì, tu.» Marco puntellò i gomiti sul tavolo, tra le tazzine di caffè e il posacenere pieno di mozziconi. «Qui non siamo a Roma.»

«Lo so benissimo», disse Andreas, indicando con un discreto cenno del mento un paio di ragazze avvolte in parei trasparenti che ciabattavano pigramente verso la spiaggia con un ghiacciolo a testa.

«Appunto. Quello che vuoi fare tu sarebbe un azzardo persino a Roma, figuriamoci qui! È un posto di mare, questo. Ad Agosto è un formicaio, a Settembre si popola di pensionati e a Ottobre è un mortorio. E tu vorresti aprire qui un… un…»

«Un konditori», completò Andreas con quel suo accento impossibile. «È un posto dove entri, mangi qualcosa, fai due chiacchiere e leggi un libro. O navighi tramite il wi-fi. Che c’è di diverso da Ikea?»

«Che non vendi i mobili e le minchiatine irrinunciabili.»

Andreas gli scoccò un’occhiata indecifrabile. «Te lo ripeto. Voglio aprire un konditori in puro stile svedese e voglio aprirlo qui.»

«Te lo ripeto anche io. Mi sembra una solenne fesseria!»

Andreas si strinse nelle spalle. «Ti ho chiesto solo di cercarmi il posto adatto, Marco. Non ho bisogno di consigli su come gestire le mie finanze. Se ne occupa già il mio commercialista.»

Marco roteò gli occhi al cielo e alzò le mani. Mammina mia, dammi la forza! «Evvabene!», sospirò, stringendosi nelle spalle. «Mi arrendo. I soldi sono i tuoi. Fanne quello che più ti pare.» Prese il plico che riposava sulla sedia accanto e lo passò ad Andreas. «Ecco qui. Ti ho trovato delle possibili soluzioni. Studiatele con calma e…»

«Io so già quello che voglio», lo interruppe l’altro, senza degnare il plico di un solo sguardo.

«Bene. Avere le idee chiare è il primo passo e…»

«Non ci siamo capiti», lo interruppe ancora Andreas, gli occhi incollati alle onde e la voce di ghiaccio. «Io voglio il locale di viale Svezia. La casa su due livelli, hai presente? Quella verde acqua, accanto a quell’albero di tiglio, dove c’era un fioraio.»

Marco strinse i denti. «Senti, Andreas. Tu ed io non siamo amici. Mio nonno e tuo nonno erano amici. Noi, no. Noi ci detestiamo cordialmente. Ma siccome tu hai una barca di soldi da scialacquare, sono il tuo uomo.»

«Piano. Non sei il mio tipo», ribatté Andraes guardandolo con la coda dell’occhio.

«Almeno su una cosa siamo d’accordo», disse Marco. Scoprendo i denti in un sorriso pericoloso. «Io non faccio i miracoli, Lupo Solitario. Cambio le donne più velocemente delle mutande, sono il migliore sulla piazza e la mia caponata resusciterebbe pure i morti. Ma io, i miracoli, non li faccio. Ancora. Se ti ho detto che il proprietario non vuole vendere, non posso certo forzarlo.»

«Tutti hanno un prezzo», ribatté Andreas. «Raddoppia l’offerta.»

«Fatto.»

«Triplicala!»

«Fatto anche quello. Le cose sono due, Lupacchiotto…»

«Non chiamarmi Lupacchiotto…»

«…o è tutta una tattica, e la signora gioca al rialzo nella speranza di spillarti qualche quattrino in più, oppure non vuole vendere. Sic et simpliciter

«Lo sai che odio i modi di dire latini.»

«Problema tuo, Lupacchiotto

Per la prima volta il sorriso di Andreas mostrava un cedimento. Non era più aperto e sereno come quello di chi sa di stare impugnando un coltello affilatissimo dalla parte del manico, ma uno ben più innocuo. Uno di plastica.
Vorrebbe mandarmi al diavolo, ma non può farlo. E non può farlo perché io sono il migliore in quello che faccio. E perché sono costretto a fargli uno sconto sulla provvigione, o mia nonna chi la sente, si disse Marco incrociando le braccia.

«Che cosa pretendi che io faccia? Che le impicchi il gatto?»

«Trova un sistema. Un cavillo, una scappatoia, una riga piccola. Qualcosa. Voglio. Quella. Casa.»

«Non ti facevo così capriccioso…»

«Nessun capriccio», disse Andreas piegando la testa da un lato con fare civettuolo. Magari adesso sfarfalla pure le ciglia, pensò Marco. «Lo so da me che il mio progetto è un azzardo, per questo ho bisogno di un posto adatto. E quella casa si trova nel punto migliore di tutta la zona. A due passi dal mare e vicina quanto basta al centro del paese.»

«Ha senso», disse Marco. Eccome, se ce l’ha, pensò, recuperando il pacchetto di sigarette sul tavolo. «Vedrò quanto spazio di manovra abbiamo, ma non ti faccio promesse. Se è una posa, prima o poi accetterà la nostra offerta. Tu, intanto, dai un’occhiata alle proposte che ti ho portato. Sai come si dice, no?»

«No. Come si dice?»

«Estote parati

Note:

Un konditori è il tipico caffè svedese, dove si fanno quelle cose che ha detto Andreas: si mangia, si prende un caffè, un tè con le amiche, si legge un libro e si naviga tramite il Wi-Fi. Io l’ho immaginato sulla base dello Sturekatten: insomma, un posto tipo Starbucks, ma più simile al salotto della nonna.

Questa è un’opera di finzione. I nomi dei personaggi sono inventati ed eventuali riferimenti a fatti o persone realmente esistite o tuttora esistenti è da considerarsi puramente casuale.

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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