scrittura

10 Frittate

10frittate

10 Frittate può sembrare il titolo di un libro di cucina, ma non è così.
In
10 Frittate, con il dieci rigorosamente scritto in cifre, vi mostrerò come noi romani facciamo le frittate. Ovviamente in senso metaforico.

Man With Arms And Hands Open Wide.jpg

Mi aspetta alla fine della scala mobile, vestito come al solito: maglietta giallo acceso su pantaloni blu china. Un semaforo. Non è possibile! Che ci fa lui qui?, mi chiedo sbattendo le palpebre. E invece è proprio Stefano, il mio compagno di banco delle Medie. Quanto tempo è passato, vent’anni quasi?

Eppure, per quanto pazzesco possa essere, lo ritrovo uguale a come l’ho lasciato: stessa faccia da eterno ragazzino, stessa pellaccia dannatamente abbronzata…

«Stefano?»

«Azzurra!» È sorpreso, quasi quanto me.  «Ben arrivata!»

Ben arrivata un corno! Avrei fatto volentieri a meno di finire quassù, penso mentre lo raggiungo. Si avvicina e mi abbraccia. Sono cresciuta ancora.

«Quando sei arrivata?»

«Ieri, con il treno delle due.»

«Non me l’aspettavo proprio. E brava Azzurra! Allora, qual buon vento?», mi chiede dandomi una gran pacca sulla spalla. Certe abitudini non muoiono mai: ricordo che me lo faceva anche quando c’incontravamo la mattina davanti al cancello della scuola.

«Sfotti, sfotti! A dirla tutta, neanche noi ci aspettavamo che te ne andassi così… all’improvviso!»

Tentenno: non lo vedo dalla cena di fine d’anno della Terza Media. L’ultimo fotogramma che ho di lui è la sua testa che sporge dal finestrino dell’auto verde bottiglia di suo padre, mentre si allontana dalla pizzeria dietro la scuola.

Risponde facendo spallucce. «Dimmi, da quanto tempo è che non ci si vede? Dalla fine delle medie, giusto? Che anno era? Il ’91?»

«Il ’90. Dovevamo vedere i Mondiali insieme, ricordi?»

«Sembra ieri, cazzarola…»

«Sei identico…» Mi scappa. Ecco, volevo evitare queste banalità da trentenni imbecilli, e invece…

Ancora non ci credo. Sono in ordine? Succede sempre così; quando uno meno se l’aspetta, e magari gira come un pazzo, i capelli arruffati, i vestiti spiegazzati e forse macchiati e l’aria imbranata, incontra matematicamente qualcuno. Nove volte su dieci è una persona molto importante del proprio passato. E Stefano era il mio migliore amico… e la mia prima cotta. Successe verso Aprile dell’ultimo anno: sfiorarlo, anche per sbaglio mentre gli passavo la gomma da cancellare, m’imbarazzava tantissimo, così come la complicità che c’era sempre stata tra di noi. E se avesse capito?, mi chiedevo in continuazione. Certo che e ne sparavo di paranoie, all’epoca!

«Beh, anche tu non sei cambiata, che credi?», mi risponde sorridendo, e un po’ mi rincuora. «E gli altri? Chiara, Emiliano, Monica… che fine hanno fatto?»

Ok. Anche lui si è perso in questi discorsi da quattro soldi. Non sono sola.

«Monica si è sposata; è rimasta incinta a vent’anni e così… Chiara fa la pendolare fra Roma e Pescara, dove è supplente di educazione fisica.»

«Chiara? Quel ciocco di legno?»

«Il ciocco di legno si è diplomata all’Isef.»

«Ma dai! Ed Emiliano?»

Sollevo le spalle: Emiliano è sempre il solito Emiliano. Lui annuisce.

«Una bella diaspora, eh?», commenta ridendo.

«Già, e abitiamo ad un tiro di schioppo l’uno dall’altro…»

Imbarazzo. Che altro puoi dirti quando ti rivedi dopo secoli e hai esaurito gli argomenti di rito? Parlare del tempo è da idioti. Sereno variabile. Che altro c’è da aggiungere?

«Dimmi un po’», mi chiede quando il piazzale è ormai deserto. «Come…?»

Mi guardo attorno: ci siamo solo noi due, e una vecchina spaesata.

«Io…» Un po’ mi vergogno. Taccio. Mi vergogno davvero.

«Ok, inizio io. Ci siamo messi in viaggio di sera, con la macchina nuova ancora in rodaggio. Io ero stanco e mi sono addormentato; quando mi sono svegliato ero qui. Se l’avessi saputo, sarei passato a salutarti. Davvero.»

Annuisco. Lo so. Glielo dico. Sorride. Ha ancora quella strana fossetta sul mento. Tocca a me.

«Te la ricordi Giada?» Fa segno di no. «Giada Tedesco. Quella biondona della F, tette grosse e erre moscia…» Niente. Va bene, non è importante.

«Abbiamo fatto il liceo assieme e anche il primo anno d’Università. Insomma, una sera andiamo in discoteca, una di quelle all’aperto, sul Tevere. Marco – Pagnozzi, hai presente? – ci fa entrare gratis e c’imbuchiamo. Musica, gente che balla, alcool. E lo vedo…»

Stefano drizza le antenne.

«Bello. Alto. Biondo, occhi verdi…» Somigliava a te, vorrei dirgli, ma lo ometto. «Ci fissiamo. Balliamo. Giada rompe che vuole da bere, che sta male, che ha fumato qualcosa… Vado al bar. Me lo ritrovo dietro. Mi bacia sul collo. E io decido che Giada può anche aspettare, che se sta male è solo colpa sua, così impara a prendere schifezze dagli sconosciuti…»

«E?», mi chiede Stefano, quando taccio di nuovo. Giusto: ormai sono in ballo e devo ballare.

«Lo seguo sul retro. Mi bacia. Ci tocchiamo. Penso che sto per farlo con uno sconosciuto, che può essere pericoloso, che… Che sono una cretina integrale, perché il biondo mi piazza un coltello qui e ciao core

Mi guarda perplesso.

«Non avrai pregiudizi, spero…»

«No, no. Affatto. Sono solo stupito di vedere che una ragazza in gamba come te si sia fatta fregare così.»

«Lo so. Me la sono cercata. Me l’hanno detto anche quelli del piano di sotto, ma adesso mi sembra tardi per recriminare, no?»

«Perché l’ha fatto?»

Bella domanda.

«Non lo so, non gliel’ho mica chiesto! Mi ha buttato nel Tevere e splash! Sarà stato un maniaco, che posso saperne? Mi ritrovo con un buco in pancia e basta… Per fortuna mi sono pentita appena in tempo.»

«Ah, ecco.»

Annuisco. Sapevo che prima o poi sarebbe finita così, che mi sarei salvata in extremis. «Sì. Per fortuna.»

«E adesso che farai?», mi chiede premuroso. Tipico di lui.

«Devo andare qui», gli dico mostrandogli il foglio che mi hanno consegnato all’ingresso. «Sai dov’è?»

«Sì, ti accompagno io.» E mi porge il braccio. Cavaliere come sempre. Sorrido, mentre camminiamo insieme, diretti verso un palazzo liberty che fa capolino tra le nuvole. Sorrido anche se siamo una coppia ridicola, io trentenne e lui ragazzino di tredici anni con due grandi ali bianche che fluttuano nell’aria.

«Che effetto fanno?», gli domando toccando una piuma. Me lo chiedevo ogni qual volta vedevo la statua di un angelo.

«Ci devi fare l’abitudine. All’inizio impacciano un po’.»

«E quanto c’hai messo per abituarti?»

«Poco, poco… Allora, che novità mi porti dall’Italia?»

Tentenno. «Abbiamo vinto i Mondiali di Germania. Siamo a quota quattro.»

«Davvero?! E la Juve?» Taccio. «Azzurra, la Juve? Ha vinto almeno uno scudetto dal 1990 a ieri, no?»

«Oh, sì, ne ha vinti sette, ma…»

«Ma?»

«L’hanno retrocessa l’altro giorno in Serie B…»

Avete mai sentito qualcuno bestemmiare in Paradiso?

Luglio 2006

 

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