Cassetta degli attrezzi · scrittura

La Cassetta degli Attrezzi 3 : L’arte del riciclar le lasagne

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Quando fa freddo e la mia gola assomiglia ad una spianata di carta vetrata, l’unico palliativo accetabile è una tazza di tagliatelle in brodo.
A me piace gustarle alla giapponese, dentro una ciotola capiente e coloratissima (le mie assomigliano più ad un azulejo, a dirla tutta) munita di un paio di bacchette di legno, magari con un filo appena di salsa di soia, qualche rondella di porro e una manciata di erba cipollina.
Il segreto è preparare un buon brodo, ricco e corposo al punto giusto, e poi di gettarvi dentro le tagliatelle a fuoco spento.
A questo punto ti starai chiedendo “Cosa c’entra tutto ciò con la scrittura?”.
C’entra, c’entra.
Scommettiamo?

 

 

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La scrittura è come un piatto di tagliatelle in brodo.
Ti serve una base – bianca a roux che sia – qualcosa per legare – l’olio d’oliva – gli odori – aglio, cipolla, carota, porro e prezzemolo – una manciata di sale, il pepe e il bouquet garni.
Ma questo, da solo, non basta. Sì, è un brodo – sì, è una trama; ma mancano i dialoghi, oppure alcune descrizioni che ti aiutano a rendere il piatto completo.
E come si fa?
Si fa aprendo il frigorifero.
La più bella invenzione per noi cuoche disperate sono le sfoglie di lasagna già pronte, che trovi nel banco frigo e non devi darti la pena di sbollentarle in acqua salata prima di schiaffarle nella teglia. Però – perché c’è sempre un però, arrivati a questo punto – come ogni brava massaia che si rispetti, acquisto sempre una confezione di sfoglie in più.
Hai visto mai?, diceva mia nonna, ed aveva ragione lei, ché è sempre meglio avere degli ingredienti che avanzano, piuttosto che ritrovarti a dover mollare il lavoro a metà per correre ad acquistare quello che manca e ritrovarti coi negozi chiusi o sul punto di abbassare la saracinesca.
E quand’è che vai per tre?
La domenica, quando gli ospiti stanno per bussare alla tua porta e tu ti ritrovi con sbuffi di besciamella ovunque, tranne che sulle sfoglie da infornare.
Prima regola della massaia: prendi sempre una confezione di scorta.

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Però, poi che ci faccio con quello che avanza?
Ché sì, buttare il cibo è peccato mortale, oltre che una scemenza bella e buona.
E che si fa, allora?
La si riusa. Certo, se la tua famiglia è formata da quattro persone o più, è probabile che non ti avanzerà nulla, come invece accade nelle famiglie “bidimensionali” (la mia, ad esempio). Ma se, puta caso, dovesse avanzarti qualche sfoglia, troppo poche per creare un’altra lasagnetta da infornare  e poi surgelare con amore? Che ci fai, con quelle sfoglie?
La tagliatelle.
Ovvio.
La genialata sta nel fatto che le sfoglie sono separate da un sottile velo di carta per alimenti. Basta arrotolarle, tagliarle con le forbici e poi srotolarle con dolcezza, come se fossero delle stelle filanti (e siccome siamo a Carnevale, il paragone è più che calzante) per buttarle delicatemente nel brodo caldo.
Et voilà.
Okay, dirai; ma il parallelo con la scrittura quale diamine sarebbe?!

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Sarebbe che la scrittura è come il piano di lavoro di un pastaio, o il bancone di una macelleria (io sono vegetariana, ma magari comprendi meglio l’analogia): è un tappeto di scarti che hai ottenuto solo dopo aver sgrassato e sgrossato il tuo lavoro.
Perché, e lo so io e lo sai tu, la scrittura non riesce al primo colpo. Una storia è un blocco di marmo grezzo dal quale, per sottrazione, si estrae la statua. Si lima, si cesella, si elimina, si sbozza. A colpi di scalpello, prima, e di carta vetrata, dopo.
Ma non è detto che quegli scarti debbano finire per forza in pattumiera o nella ciotola del gatto. Con i pezzi di carne più grassa viene fuori un brodo denso e corposo, e quella crosta di parmigiano che cuoce nella salsa di pomodoro aiuterà a rendere più compatto il tuo sugo. Fidati.
Dobbaimo solo lasciar decantare il nostro lavoro, armarci di carta, penna, occhiali ed evidenziatore ed eliminare il superfluo. Senza pietà, ché il medico pietoso fa la piaga puzzolente.
Lo so che è dura, lo so che a volte occorre tagliare anche parti scritte bene (e vorrei anche vedere che fossero scritte male!!), ma se serve a rendere più fluida una storia, ben vengano questi “sacrifici”.
Le ellissi sono necessarie, e a volte, per scrivere una storia di ampio respiro, come “Il Conte di Montecristo”, imprescindibili. Ma sai che noia mortale sarebbe stato leggere tutte le vicende di Edmond Dantès che avvengono fuori scena? Un supplizio, oltre che un clamoroso autogol. Puro e semplice, e te lo dice una che è innamorata di Edmond, della sua ingenuità e della vendetta cieca e implacabile che lo anima durante tutto il romanzo.
Quindi, armati di coraggio e taglia, taglia, taglia.
Come faccio io con le sfoglie di lasagna per ricavarne delle tagliatelle.

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Hai capito bene.
Tagliatelle. Oppure quadrucci da minestra, se hai utilizzato le sfoglie secche. Il discorso non cambia.
Se ciò che hai scritto ti è piaciuto davvero, davvero, DAVVERO tanto, al punto che ti fa quasi male dovertene disfare, perché non sfruttarlo altrove?
Non si tratta di pigrizia, sia chiaro; si tratta di riciclo. A chi non è capitato di riusare qualcosa dandole un’altra destinazione d’uso? Una vecchia brocca di ceramica come vaso per i fiori, o i barattoli delle marmellate per conservare i legumi secchi, o le scatole dei biscotti, quelle di latta, in cui stipare i bottoni superstisti, perché non si sa mai quand’è che potrebbero servirti di nuovo.
Qui si tratta di fare la stessa cosa.
L’uso del computer ha semplificato di molto questo processo; prima, approfittavo delle ore morte che capitavano in ufficio – lavorando in uno studio medico capitava che vi fossero giornate più dense e giornate più leggere. Sfruttavo quelle – e una volta tornata a casa rileggevo gli appunti, stornavo refusi e ripetizioni e solo a quel punto mi mettevo alla tastiera e ticcchettì e ticchettà fino a quando non avevo finito. E le parti che non avrei utilizzato, sarebbero comunque rimaste su quei quaderni, su quegli appunti, nero su bianco; avrei solo dovuto andarmele a cercare, volta per volta.
Adesso è difficile che io utilizzi un simile sistema, e per mancanza di tempo, e per mancanza di spazio. Diciamocela tutta, io posso dedicare solo due ore al giorno alla scrittura, ché ho una vita sociale anche io, dei compiti, dei doveri e dei piaceri da soddisfare. E se posso in qualche modo massimizzare il mio tempo, benedetti siano tutti quei trucchi e trucchetti che mi permettono di estrarre sangue da una rapa.
Capita che mi venga l’ispirazione mentre sono fuori, ma più raramente di prima. Quando succede, mi limito ad appuntarmi quelle idee (un quaderno lo si rimedia sempre, anche in mezzo ai lupi) che poi riporto sul pc alla prima occasione.
Normalmente, la mia routine è la seguente: scrivo, lascio decantare, sgrosso, rifinisco, pubblico.
Però quello che tolgo – se mi piace e se è qualcosa di davvero valido – non finisce nel cestino del mio pc, ma in un file a parte, che ho rinominato “Zibaldone” o “Miscellanea” oppure con un nome assolutamente cretino, non importa.
E poi, quando ho bisogno di quella particolare frase, di quella specifica immagine, di quella combriccola di parole, la vado a ripescare e la imbastisco addosso alla storia che sto scrivendo, come farebbe un sarto con una pezzuola di lino pregiato.
Funziona.
Davvero.
E senza dover eliminare quelle soluzioni che mi erano piaciute davvero tanto tanto, come direbbe mia nipote di cinque anni.

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Forse la mia soluzione ti sembrerà un atto di pigrizia mentale, e forse lo è.
Forse ha ragione chi dice che occorre fare tabula rasa della propria mente, prima di mettersi a scrivere altro.
Ma nella mia testa quelle frasi messe in panchina restano a galleggiare, come le alghe a pelo dell’acqua. E se non le levo, e se non le uso, lì resteranno, ad ingorgarmi il cervello. Perché si tratta di frasi che funzionano, e funzionano benissimo, ma non abbastanza, ma non a sufficienza.
Funzionano, ma non hanno trovato il contesto giusto in cui dare loro corpo e dignità. È come con i fidanzati. Tutti hanno trovato, prima o poi, la persona giusta al momento sbagliato. E se volessimo trovarlo, questo momento giusto?
Se volessimo crearlo questo momento giusto?
Scrivere storie alla fine è anche questo. Dare una possibilità alle nostre stesse idee, rimettendo insieme quel puzzle di pensieri e sensazioni che è la mente di ogni scribacchino che si rispetti.

 

E tu?
Hai qualche soluzione simile?
Un trucchetto da condividere?
Forza, non essere timido e fatti avanti: lo spazio per i commenti aspetta solo di poter raccogliere la tua voce.

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8 thoughts on “La Cassetta degli Attrezzi 3 : L’arte del riciclar le lasagne

      1. Puoi farci anche dei quadrucci in brodo, se ti avanzano le sfoglie secche. Io le spezzo grossolanamente e raccolgo i quadrucci fatti in casa in barattoli di vetro.
        Mi sa che dovrei decidermi a riaprire il blog di cucina… =)

        Liked by 1 persona

      2. Faccio anche questo xD
        Blog di cucina? Gnam gnam, se lo apri avvisami, ti seguirò volentieri anche lì, dato che, dopo la scrittura, la cucina è una delle mie più grandi passioni!

        Mi piace

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