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[Pausa Caffè] Seconda – 15 Racconti che danno del Tu

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Ogni promessa è debito. E siccome pare davvero brutto venire meno ai buoni propositi appena enunciati, vediamo di rimetterci in carreggiata prima di subito, e prima che il destino ci metta il suo zampino, again.
Ho intenzione di leggere molto, quest’anno. Te ne ho parlato qui, ricordi?
Forse non raggiungerò i fatidici cento libri – ci ho provato, una volta, col risultato che ricordo solo una manciata di titoli letti – ma voglio vedere quanti, tra romanzi e saggi, riuscirò a macinare in dodici mesi.

Questa è la prima recensione del primo libro della lista. Passare il ponte dell’Epifania all’ospedale ha avuto un lato positivo, almeno. Potete trovarla anche su Chili di Libri, un blog di recensioni che lettori volenterosi lasciano su libri ed autori esordienti. Per leggerla, clicca sul link.

Sei a un corso di scrittura creativa, il block-notes (o il notebook o il tablet o quello che vuoi) ancora intonso pronto a memorizzare tutti i segreti del mestiere. Da qualche parte bisogna pur cominciare e la persona che vi fa lezione, per non rischiare di essere troppo innovativa, comincia dalle basi.
Come si può scrivere un racconto?
Il gesso stride sulla lavagna mentre l’insegnante vi spiega – con il tono dolce che si riserva ai cani, ai bambini e ai dementi – che ci sono due modi di narrare una storia.
In prima persona e in terza persona.
Beh, sai una cosa?
Mente.

Partiamo con una doverosa premessa: la Seconda Persona Singolare Presente (SPSP) è una scoperta recente nella mia vita di imbrattacarte. E, come tutte le scoperte, all’inizio pensi di aver trovato il Santo Graal; poi, tornata coi piedi per terra, scopri che la tua scoperta ha un nome e un cognome e che è regolarmente censita come Seconda Persona. Il classico “tu”, per intenderci.
Prima che tu me lo chieda, no, non ho letto “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, lacuna di cui mi occuperò più avanti nel corso dell’anno; devo la mia frequentazione con la seconda persona ai libri game della serie di Lupo Solitario, scritti da Joe Dever (che ci ha lasciato alla fine del 2016) e ai giochi di ruolo, dove il Dungeon Master (il Narratore) si rivolge al Giocatore (il Fruitore) descrivendo le azioni con l’uso della seconda persona singolare. Un Dungeon Master – sia cartaceo che in carne ed ossa – ti dirà frasi come «La strada ti sembra silenziosa, mentre ti inoltri lungo via degli Ottoni.»; oppure «Sorridi, quando la serratura scatta al primo tentativo e il forziere si apre»; o, nel caso peggiore di tutti, «Tragicamente, la tua missione e la tua vita finiscono qui, negli abissi di Kalte».

Ciò non di meno, la scrittura in seconda persona è un’esperienza da fare, sia come scrittore, sia come lettore.
La consiglio perché consente di osservare la storia dalla giusta distanza: non siamo né troppo coinvolti (come accade con la Prima Persona), né troppo distanti (come avviene con la Terza). Entriamo in sintonia con i protagonisti del racconto, con le loro vicende, con i loro bisogni ed i loro desideri.
La particolarità della Seconda Persona Singolare è quella di farti credere di star parlando con un amico. Hai presente quando ci sediamo al bar, di fronte ad un caffè o ad una corroborante tazza di tè e magari due pasticcini, e chiacchieriamo con la compagna dei tempi del liceo – o con un collega d’ufficio con cui siamo entrati in sintonia?
Ecco. La sensazione che ti lascia in bocca la Seconda Persona è la stessa. Con la differenza che, in questo caso, ci sovrapponiamo al protagonista, e la voce narrante diventa quella dell’amico che ci ha raggiunto al bar sotto casa per fare due chiacchiere con noi.
Ora, immagina tutto questo in un’antologia di racconti.
È facile. Puoi. E tutto grazie a Seconda – 15 Racconti che danno del Tu.
Seconda – 15 Racconti che danno del Tu è un’antologia che Serena Bertogliatti e Davide Schito hanno selezionato, scremato e raccolto in un volume disponibile su Amazon a titolo gratuito. Sì, hai letto bene. Gratis. Puoi scaricarlo facilmente sul tuo kindle e goderti la lettura di questi racconti dove vuoi: a casa, in metropolitana, in sala d’attesa, sul tram. Se poi volessi saperne di più sulla SPSP, puoi sempre dare un’occhiata alla loro pagina Facebook, Scrittori che danno del Tu.

Seconda – 15 racconti che danno del Tu è un’antologia, si diceva.
E il bello delle antologie è che assomigliano ad una vaschetta di gelato multi-gusto: sono una mescolanza di idee e di proposte dove è impossibile trovare qualcosa che non ti piaccia.
I generi proposti sono diversi e sfaccettati: si va dal thriller psicologico (This Romeo is bleeding, di Chiara Gallese, a mio avviso uno dei migliori della raccolta) al sovrannaturale (Seconda Ombra di Vincenzo Barone Lumaga), al mitologico (Minores Gentes di Scilla Bonfiglioli), al noir (È la carriera, baby!, di Marta Paparella che ha un giro di vite ad orologeria), alla commedia ironica e graffiante (Memorandum (ricordati di dimenticare) di Emilia Cinzia Perri); il tutto declinato in un Tu sempre differente, scelta che conferisce all’operazione un taglio sempre nuovo. Pagina dopo pagina.
Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti – per tutti i palati, potremmo dire – e mi sto forzando per non rivelarti troppo e guastarti il piacere della lettura. È come quando sai che l’assassino è il giardiniere, hai presente?

Leggere Seconda – 15 Racconti che danno del Tu è come maneggiare un caleidoscopio. Ogni racconto è un universo a sé.
Troviamo storie comuni, come quella dello studente fuori sede che legge in un certo modo alcuni comportamenti di chi lo circonda; oppure, si respira la nebbia del tempo nelle campagne di una Roma ferina e ancestrale, quando ancora non esisteva l’Urbe, ma solo una manciata di capanne di pastori lungo la valle del Tevere; o l’approccio quasi da confessionale di un giocatore di slot machine, uno di quelli che sembrano essere diventati un tutt’uno con la sedia che li ospita.
Mi è piaciuto molto affacciarmi in queste piccole vite, ma quello che più mi ha affascinato, di quest’antologia, è la quotidianità che traspare dalle righe dei suoi racconti. Perché, come ti dicevo sopra, il bello della Seconda Persona è proprio questo: ti regala l’impressione di star facendo quattro chiacchiere con un amico. Ti fa percepire la storia che stai leggendo – o anche ascoltando, perché no? – come se qualcuno te la stesse raccontando lì per lì.
Non ci credi? Eccotene un esempio:

Ti sei messo a letto dopo una puntata in streaming di The Big Bang Theory e adesso ti rigiri tra le coperte senza riuscire ad addormentarti. […]
Dalla finestra, la Mole sembra un calice rovesciato. La stanza, silenziosa e un po’ più piccola della precedente, è perfetta anche con le pareti spoglie. L’affitto non supera i trecento euro al mese e sei fortunato a non pagare di più, visto che devi ancora trovare lavoro.
(da Prima Notte, di L. Filippo Santaniello, in AA. VV. Seconda – 15 Racconti che danno del Tu, 2016)

Perché lo consiglio?
Perché gli autori che hanno partecipato a quest’esperimento sono esordienti che si sono messi in gioco scegliendo di utilizzare una forma che la critica guarda ancora con sospetto. Tranne quando sei Calvino, ma di Calvino, si sa, han buttato via lo stampo.
Ho apprezzato la bravura dei singoli – qualcuno di più, qualcuno di meno; qualcuno era troppo circonvoluto su se stesso e qualcun altro così smaccatamente seducente da prenderti per la mano e portarti con sé, fino all’ultima parola – e il coraggio che ci vuole nel provare una forma che non si adatta bene proprio a tutti.
Ma è il tentativo che va premiato, quello di dare voce a chi ha qualcosa da dire usando uno strumento che non tutti sono abituati ad ascoltare. Ragion per cui, consiglio vivamente questa raccolta a tutti coloro che amano i racconti brevi e sono incuriositi da una forma ancora poco diffusa.

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5 thoughts on “[Pausa Caffè] Seconda – 15 Racconti che danno del Tu

  1. Confesso di provare, da lettrice, una certa insofferenza verso la Seconda Persona: una piuttosto estesa parte di me ha una reazione di rigetto, dell’ordine del “ma chi ti conosce?” – tanto per tirarla in ballo, la Seconda Persona. Non ho gradi velleità da scribacchino, ma la Seconda Persona mi capita di fronte, sui miei file Word, ogni tanto come il Tu impersonale, quando la pesantezza della prosa accademica a volte richiede uno you, altrimenti ci si addormenta tutti. Però questa raccolta ha l’aria di essere interessante, tanto – e ti ringrazio immensamente d’aver condiviso questa tua recensione. Ci darò sicuramente un’occhiata, chissà che quest’anno non riesca a leggere anch’io un po’ più di narrativa!

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    1. Credo che dipenda tutto dal come lo scrittore utilizza gli strumenti che ha a proprio vantaggio. Poi c’è l’insindacabile barriera del de gustibus, e lì alzo le mani, altrimenti saremmo tutti uguali, come i pinguini che marciano sulla banchisa polare.
      Il Tu impersonale ti salva la vita, allontanando il rischio della palpebra pesante, ché la leggerezza continua a essere una buona chiave inglese, quando si scrive. Fammi sapere cosa ne pensi di questa iniziativa, e se ti sono piaciuti questi racconti.

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      1. Confesso che per la stragrande maggioranza di questi racconti mi sono fermata poco oltre la metà, quindi forse non conta proprio come una lettura ma piuttosto come una scorsa veloce – ma mi arrogo il diritto di incompletezza, invocando Pennac. Che io fossi e ancora sia dall’altra parte della barricata rispetto alla Seconda Persona, direi che era un fatto già assodato e lo è ancor più dopo questa rapida scorsa: Se una notte d’inverno un viaggiatore non mi era piaciuto per niente; e ci sono voluti anni – nonché una rilettura più matura in primis de Le città invisibili – per farmi superare la mia avversione per Calvino. Però è anche un fatto assodato che io sia una lettrice estremamente insofferente e puntigliosa e si vede chiaramente che questi autori sono per la maggior parte esordienti. In postfazione viene citato Sepúlveda: il racconto è una forma di scrittura difficile, forse la più difficile. Credo che sia una grandissima verità. Il racconto non perdona: si può forse scrivere un ottimo romanzo senza essere una grande penna; si può anche avere un temperamento lirico tale da tirar fuori qualche verso che resti impresso – forse: a me in genere piacciono le cose tecniche e non sono un buon giudice della poesia “lirica” -; ma tutti i nodi vengono al pettine in un buon racconto. Non credo che in questa raccolta ce ne sia stato alcuno che a me sia particolarmente piaciuto, al massimo un paio che non mi sono dispiaciuti: “Il carrozzone” ha un che di evocativo, di sottilmente conturbante e la Seconda Persona lì funziona bene, ma per il resto è un po’ senza capo né coda; “Minores Gentes” si becca il mio bonus simpatia per il tema mitologico e per lo stile di scrittura che si dissocia dal tono monocorde di quasi tutti gli altri contributi, ma calca un po’ troppo la mano ed i personaggi sono un po’ eccessivi – il che magari è una nota di merito: almeno ci sono dei personaggi caratterizzati. Per il resto, ho avuto l’impressione che il Tu proprio non aiuti innanzitutto la caratterizzazione e poi lo stile: tutti o quasi questi racconti suonano allo stesso modo. Ora, io ho indubbiamente i miei pregiudizi sul Tu e sulla sintassi: gli anacoluti per il gusto di fare il verso al parlato proprio non mi piacciono; la punteggiatura è cosa buona e giusta; non è necessario mettere un punto ogni mezza riga ed iniziare la frase successiva con un “che” vel simila, etc. Tuttavia, la cosa che a me ha impressionato di più è l’uniformità di tono che appiattisce molti dei contributi: effetto collaterale della Seconda Persona o risultato di un’estetica di tendenza?

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  2. P.S. O forse, senza stare a cercare troppo lontano e a perdersi in elucubrazioni di principio, la responsabilità della monotonia – in senso etimologico – dell’antologia è semplicemente da attribuire a chi ha selezionato i racconti.

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  3. L’Incompletezza è un diritto insindacabile di tutti i lettori.
    Se lasci una lettura incompiuta, significa che qualcosa di quello che hai letto non ti ha convinto a restare fino alla fine. Ed è questo un chiaro segnale che qualcosa non va. Non è scattata l’intesa tra lettore e scrittore, forse. O forse no, c’è qualcosa che non funziona nel racconto proprio, come se stessi cercando di capire perché le lancette dell’orologio non si muovano nonostante tu abbia cambiato da poco le batterie.
    Il fatto che la Secona Persona non ti piaccia o non ti convinca è irrilevante, a mio modesto parere, ché quelle che tu annoti con precisione sono una serie di mancanze che, forse, avresti notato anche se la persona fosse stata la Prima o la Terza.
    Il racconto non è per tutti, concordo e sottoscrivo. Ci sono autori da romanzo e autori da racconto, perché il romanzo ha un suo andamento, un suo ritmo, un suo respiro che il racconto non ha. Perché è più breve, perché il racconto è la fotografia di un particolare mentre il romanzo è il quadro generale, eccetera eccetera eccetera.
    Tutti i nodi vengono al pettine, sì; ed è per questo che molti lettori rifuggono dalle raccolte di racconti – non per forza antologie di autori diversi, dico; ho conosciuto gente che scappava dai racconti di Camilleri pur adorando e i romanzi su Montalbano e quelli sulla Vigata ottocentesca.
    Il racconto a molti lettori trasmette un senso di incompiuto di per sé; un conoscente paragonava il romanzo ad un teleromanzo dalla continuity serrata, ed il racconto ad una serie televisiva episodica, di quelle in cui accade qualcosa di nuovo ogni santa puntata.
    Credo avesse ragione lui.
    Ma, in tutto ciò, il sapore del brodo è un altro, e credo sia difficile ricondurre la questione al racconto o alla Seconda Persona, perché temo che il gusto che tu percepisci sia quello non del rosmarino o del bouquet garni, ma del dado granulare; come se la monotonia di cui parli sia data e dall’uso stesso della Seconda Persona – ammettiamolo tranquillamente, ché ogni cosa ha i suoi limiti – e da una ricerca del parlato che è diventata un passo obbligato, quando non si trasforma in un amore per la propria voce che rimbomba arricchendosi di parole che hanno un bel suono.
    Esistono scrittori di parole e scrittori di cose, dopotutto.
    Il problema è che il ricreare una voce narrante che sia il più possibile vicina al parlato porta con sé l’uso dell’anacoluto, oltre ad un’estetica che dilaga in tal senso. Frasi brevi, spezzate quasi, come se si stesse davvero parlando e non scrivendo. Forse, ripeto, è questo il limite della Seconda Persona.
    Quanto all’omologazione, in un certo senso hai ragione, nel senso che ho notato che quasi tutti gli esordienti, adesso, scrivono così. Non so dirti se si tratta di una moda, di un’estetica di questi anni Dieci o di un’appiattimento su un’esperienza già intrapresa da altri. Non te lo so dire, sul serio.
    Forse – e la mia è un’ipotesi azzardata, bada bene! – dipende tutto da cosa abbiamo letto nel nostro periodo di formazione. E questo vale sia per chi scrive, che per chi legge che per chi seleziona.
    Se hai preferito immergerti nella letteratura italiana, anche del Novecento, anche Calvino (no, non fuggire, te ne prego), non attirerai chi ha sul comodino J.K. Rowling o Stephen King o Ann Rice o forse sì, ma difficilmente chi ha letto questi tre autori attirerà te.
    Poi, può essere benissimo che i curatori abbiano seguito un criterio ben preciso in fase di selezione; solo che alla sottoscritta sfugge quale possa essere. Purtroppo, sono fatta così: o percepisco una cosa, mi basta anche solo una sfumatura, oppure no, quindi sì, di sicuro ci sarà un fil rouge che collega assieme questi racconti, ma se tu adesso mi chiedessi di indicartelo, davvero, non saprei da che parte cominciare.

    Resta il fatto che, almeno a mio giudizio, si sia tentata una strada nuova e si sia data la possibilità a degli autori esordienti di raccontare qualcosa.

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