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Ansia da prestazione

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«Ansia da prestazione.» L’ha liquidata così Kronos mentre sfogliava antiche pagine ingiallite, gli occhiali in punta di naso e la sigaretta ridotta ad un cumulo instabile di cenere. «Un classico.»
Peccato che questo non risolva il tuo problema. Gli altri ti hanno confidato che la curiosità spinge tutti a dare un’occhiata, per avere un’idea di come sarà, per vedere quello che ha seminato chi è venuto prima di noi, e cosa si aspettano tutti dalle nostre mani fragili, che a malapena sanno stringere il nastro rosso che ci scivola sull’addome. Un classico, insomma.
«Tutti vanno a piagnucolare da Kronos, prima di prendere servizio», ti ha detto Due Zero Uno Tre. «Tutti. Nessuno escluso.»
Peccato che lo facciano a qualche giorno dalla loro entrata in servizio e non dall’agosto precedente, pensi, specchiandoti sulla lama lucidissima della falce dorata che Kronos ha lasciato alle sue spalle, in attesa.
«Che ci fai ancora qui?», ti domanda Kronos, sfogliando una pagina. «Non dovresti prepararti?», e i tuoi piedi scattano, e i tuoi talloni schioccano e ti giri su te stesso, la fascia con su scritto il tuo nome che ti cade male addosso e ti scivola sui fianchi ad ogni passo.

«È colpa sua», dice Due Zero Uno Quattro. «Sua e di quell’altro sciagurato che l’ha preceduto.»
«Due Zero Uno Cinque?», chiede distratto Due Zero Uno Uno.
«Lui!», ribatte Due Zero Uno Quattro. «Hanno fatto una scommessa.»
«Che genere di scommessa?», ti azzardi a chiedere, mentre gli altri due rivolgono i loro occhi su di te.
«Una scommessa cretina», risponde Due Zero Uno Quattro. «Chi tra loro due avrebbe avuto il raccolto più ricco.»
«Raccolto?», chiedi, la testa che si piega verso la spalla sinistra.
Due Zero Uno Quattro sbuffa. «Kronos non te l’ha ancora detto, eh?»
«Detto cosa
«Che possiamo usare la sua falce durante la missione», risponde Due Zero Uno Uno, lo sguardo a rincorrere delle nuvole bianchissime.
«Esatto», e la testa di Due Zero Uno Quattro va su e giù. «E quei due cretini hanno scommesso su quante persone avrebbero raccolto strada facendo.»
«E… E Kronos?»
«Lui non interviene, lo sai. È super partes, come dice lui. Però, sospetto che avrà una lunga chiacchierata con quei due, non appena tu avrai preso servizio…»
«Oh, sì…», commenta Due Zero Uno Uno. «Sicuro come il sole sorge ad Est…»
«Ma perché l’avrebbe fatto?», chiedi.
«Perché? Perché Due Zero Uno Cinque è un idiota e perché Due Zero Uno Sei è un tre-sei-sei.»
«Brutta razza, quella», commenta Due Zero Uno Uno guardandosi attorno. «Due Zero Uno Due è un tipo a posto, capiamoci. Ma è pur sempre un tre-sei-sei. Cani sciolti. Vallo a capire, che passa nelle teste bacate di quelle rogne ambulanti!»
«Tranquillo, ragazzo. Sei fortunato.» Fortunato? IO? Davvero?, vorresti ribattere. «Prendere servizio dopo un tre-sei-sei è una strada in discesa», ti fa Due Zero Uno Quattro con un’espressione che dovrebbe essere incoraggiante, ma che ti rimbalza addosso come la pioggia sulle tese degli ombrelli.
Sarà, pensi, non del tutto soddisfatto delle loro parole, mentre le ginocchia hanno iniziato a tremarti più del dovuto.

Uno Nove Nove Nove è un tipo schivo. Due Zero Uno Zero ti ha suggerito – ti ha intimato – di non legare troppo con le decine precedenti. «Quelli lì si credono chissà chi. E poi, loro non fanno parte del nostro plotone», ti ha detto – ti ha ordinato.
Eppure, tu te ne sei infischiato. Perché la tua ansia da prestazione, come la chiama Kronos, non ti sta facendo respirare. Ti stringe la trachea in una morsa insostenibile, come se cinque dita ossute si fossero chiuse salde attorno al tuo collo. E alla tua mente s’è affacciato un pensiero terribile. Scappare. Via. Lontano lontano. Da tutto e da tutti. Fuggire in capo al mondo e nasconderti per bene, anche a costo di scavare a mani nude un budello in cui occultarti in eterno. Ma poi il riflesso della falce di Kronos ti invade la mente. E su quella superficie levigata c’è il tuo, di viso, poco prima che Kronos cali la sua arma sul tuo collo e ti decapiti con un gesto secco.
Almeno la finirei di sentirmi strozzato, pensi, avvicinandoti alle spalle di Uno Nove Nove Nove. Ti ha sentito arrivare – lo vedi dalle spalle che si irrigidiscono – e ti fa spazio accanto a sé, lo sguardo perso ad osservare un volo di rondini all’orizzonte.
«Tocca già a te?», ti chiede, saltando i preamboli.
«Sì», mormori, anche se il verso che ti esce fuori è un suono strozzato.
«Capisco», dice. E poi tace, come a rincorrere tutt’altro genere di pensieri nella sua testa. E tu ti chiedi chissà quante ne avrà viste, lui, chissà quante ne avrà passate, chissà quante gliene avranno dette. «Di cotte e di crude». E solo in quel momento capisci che hai pensato a voce alta e che lui ti ha risposto.
«Venite tutti da me», dice, tornando a guardare le rondini e le loro capriole tra le nuvole. «Non dirmi che la tua unità non te l’ha detto?»
«No…»
Uno Nove Nove Nove si stringe nelle spalle. «Capisco. Un classico.»
Poi tace, come a cercarsi le parole nelle tasche della giacca di velluto marrone.
«Quando ho preso servizio, ero tesissimo. Più di te. E non fare quella faccia. Ero l’ultimo del ciclo precedente, il glorioso battaglione XX. E nella mia testa c’era l’idea che dovessi fare qualcosa di speciale. E l’ho fatto, questo qualcosa di speciale, credimi. Eclissi. Arcobaleni doppi. Ho fatto anche qualche cazzata, eh. Non voglio negarlo. Solo che nessuno ci ha fatto caso. E sai perché?»
Pausa.
«Perché erano tutti proiettati in avanti», dice. «Guardavano tutti al futuro, al nuovo che sarebbe arrivato, con una frenesia tale da restare indifferenti al sottoscritto. Avrei potuto, che so?, sganciare un’atomica sulle loro teste e nessuno se ne sarebbe accorto. Anzi, avrebbero fatto un passo più in là e tanti saluti.»
Poi si volta, e ti incatena lo sguardo nel suo.
«Sai perché ti dico questo?»
La tua testa va da destra a sinistra un paio di volte.
«Perché ha ragione Kronos. La tua è solo ansia da prestazione. Capisco che Due Zero Uno Sei si sia dato… da fare, e parecchio pure. Ma ragiona su questo: dopo uno così, puoi fare il bello e il cattivo tempo e tutti, dico tutti, vedranno di te solo le cose positive.»
«Ma che succede se faccio una cazzata?», chiedi, vincendo la morsa che ti teneva chiusa la gola.
Uno Nove Nove Nove si stringe nelle spalle. «La verità? Tutti vengono a parlare con me. Tutti soffrono di ansia da prestazione. Tutti fanno una cazzata. Non si scappa. Quindi, mettiti il cuore in pace e tira fuori le palle.»
E poi torna a farsi gli affari suoi, il volo di rondini di prima che sembra vedere solo lui, mentre le campane iniziano a scoccare i primi rintocchi.
«È quasi ora di andare», ti dice. «Mi racconterai tutto quando tornerai.»
Se tornerò, pensi, mentre i tuoi passi si avvicendano verso le campane. Kronos sta aspettando e sai che non è mai saggio far attendere uno come lui.

Ritrovi Kronos nella stessa posizione in cui l’hai lasciato poco tempo fa – mattina? Pomeriggio? Il mese scorso? – il naso tuffato nelle scartoffie polverose che sta analizzando come se custodissero chissà quale segreto.
«Eccoti qui. Sei pronto?», lo senti chiederti, mentre ti specchi nel riflesso deformato di una clessidra con il codice del tuo predecessore inciso sul supporto di legno chiaro. Uno Zero Uno Sei. Non vedi la tua, di clessidra. Dov’è? Kronos non dovrebbe disporla accanto a quella di Due Zero Uno Sei e rovesciarla quando entrerai in servizio?
Eppure, non c’è nessuna clessidra, sul tavolo. E i grani si stanno riversando nella porzione inferiore con inesorabile lentezza. Uno dopo l’altro, uno dopo…
Poi una mano ti spinge via – la mano di Kronos? – e la clessidra e lo studio di Kronos scompaiono in un vortice turbinoso e ti sembra di cadere nel vuoto. Ed è quello che stai facendo.
Sei all’interno di una specie di imbuto – un budello scuro – e l’unica cosa che puoi fare è scivolare in una caduta mozzafiato. E quando esci a riveder le stelle, è tutto buio. Un tappeto di velluto nerissimo e freddo. Vorresti allungare la mano e cogliere una stellina che, timida, si affaccia sopra l’Oceano. Ma è solo un attimo. Un battito di ciglia, un respiro infinitesimamente microscopico in cui il tempo sembra quasi rallentare, sembra quasi fermarsi.
Ma è solo un trucco di Kronos, un gioco di prestigio. Poi esplode la luce. Migliaia di ricami coloratissimi che bucano il nero della notte, e lampi improvvisi e fiori di fuoco e grida e canti e auguri e tappi che saltano mentre il pianeta ruota, pigro, sul proprio asse, per altri dodici, lunghi mesi.
L’ansia da prestazione?
Svanita. È evaporata assieme al tuo alito nel cielo scurissimo di questa notte. Fumo. Impalpabile. Evanescente. Aveva ragione Kronos. Aveva ragione Uno Nove Nove Nove. Ordinaria amministrazione. E adesso che il vento ti sferza la faccia e che la falce di Kronos beccheggia al tuo fianco, adesso non hai più tempo da perdere a baloccarti col gioco dei se e dei ma. Ora sei in ballo, Due Zero Uno Sette. Vediamo di ballare per bene, ti dici, così avrò qualcosa da raccontare a Uno Nove Nove Nove, quando tornerò indietro.

 

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