Cassetta degli attrezzi · Senza categoria

La Cassetta degli Attrezzi 1: I ferri del mestiere

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In settimana è morto il mio gatto.
Milo aveva vent’anni, un’età venerabile per un comune felino domestico, anche un po’ scalcagnato, e la sua dipartita – non così imprevista, ma ugualmente dolorosa – ha chiuso un ciclo. O meglio, mi ha costretto a guardarmi alle spalle.
È così che succede, no? Davanti ad un cambiamento radicale – un lieto evento, una scomparsa, un traguardo raggiunto – si sente la necessità di fermarsi, tirare il fiato e guardarsi indietro. Per capire cos’è successo strada facendo e come queste vicende abbiano influito sulla nostra vita. Che tipo di persone siamo diventate, se ci siamo anche solo avvicinate agli obbiettivi che ci eravamo prefissi e così via.
Milo se n’è andato dopo vent’anni. Una cifra tonda tonda. Cinque lustri in cui sono successe molte cose – tranquillo, non ti tedio, ché saranno successe tantissime cose anche nella tua, di vita; ché se così non fosse, avresti passato questi vent’anni all’interno di una capsula criogenica – tra le quali il prendere in mano una penna e buttare giù quattro idee che non vertessero – finalmente! – sulla poetica del Pascoli, il cartello che i mercanti di grano avevano istituito nella Atene d’inizio IV secolo, la visione di Manzoni del romanzo e via cantando.
Vent’anni in cui ho iniziato ad imparare qualcosa di nuovo, a rimettermi in gioco e a rispolverare tutto quello che avevo appreso sinora – e che vado tutt’ora imparando.  Ho riunito tutti questi piccoli accorgimenti in questa rubrica, che chiamerò, in maniera molto originale, La Cassetta degli Attrezzi. Ché scrivere una parola alla volta, seguendo l’estro del momento è un buon modo di stilare la lista della spesa; per un racconto – o peggio ancora, un romanzo! – la faccenda è ben più complicata di così.

Se non l’hai ancora letto, ti consiglio di dare un’occhiata a “On Writing – Autobiografia di un mestiere”, un’opera a metà strada tra saggio e racconto, scritta da Stephen King a cavallo tra XX e XXI secolo.
Diciamo subito una cosa: il Re potrebbe non rientrare nelle tue letture da tenere sul comodino. Ci sta. Cavolo, se ci sta. Però è anche vero che il signor King di Portland, Maine, è bravissimo ad inanellare le parole una dietro l’altra e a tenere il lettore incollato alle pagine, rigo dopo rigo.
«Sì, vabbé, ma a me non piace. Tutto quel sangue, tutti quei morti ammazzati…», obietterai. E ti do ragione ancora una volta. Sono insindacabili fatti tuoi.
Però, mia nonna buonanima diceva che tutti hanno qualcosa da insegnare e tutti hanno qualcosa da imparare.
Se ti avvicini alla scrittura credendo di avere il mondo in tasca, sono contenta per te e per la tua autostima, ma sappi che non funziona così.
Scrivere è un esercizio di umiltà.
Se prima vuoi imparare a scrivere – e per imparare devi ammettere di non saper fare qualcosa – devi prima imparare a leggere. Non si scappa. Quindi, iniziamo a scegliere oculatamente le letture da tenere sul comodino.

 

Manuali di scrittura: servono?

La risposta a quest’annosa questione non c’è. Io dico di sì, ché tutto fa brodo. Ma è anche vero che leggerne troppi tutti assieme è un’attività fuorviante per chiunque, l’aspirante scrittore come quello più navigato. Tutti hanno qualcosa da dire, e stai pur sicuro che in un paese di santi, poeti e navigatori e allenatori di calcio e cantanti e cuochi e chi più ne ha, più ne metta, salterà sicuramente su l’espertone di scrittura creativa.
A chi dare retta, allora?
A nessuno.
Proprio così. E se stai pensando che qualcosa non torna, torna tutto.
Il succo della questione sta nell’espressione “dare retta”.
Se pensi che la lettura di uno, due, tre, cinque, dieci, ventordici manuali di scrittura farà di te uno scrittore, lascia perdere ed impiega in altra maniera il tuo tempo e i tuoi soldi.
I manuali formano, ma non plasmano. Tu plasmi lo scrittore che sonnecchia dentro di te, quello che dice “mi piacerebbe che in una storia succedesse questo, questo e quest’altro” ed immagina intrecci, battute, ribaltamenti.
E lo plasmi in due modi: leggendo e scrivendo.
Il mio consiglio è quello di iniziare scegliendo un solo manuale di scrittura creativa, leggerlo a fondo, sottolineare le parti più importanti, ma non considerarlo come fosse il Vangelo.
Fallo tuo, assecondando la tua indole, ma non prendere le parole che vi troverai dentro come se fossero incise sulla pietra dalla mano di una qualche divinità del bello scrivere.
Ogni buon manuale ti dà dei suggerimenti sul rendere più elegante e scorrevole la tua prosa, non ti fornisce la formula magica per diventare il nuovo fenomeno letterario dall’oggi al domani. Ché se così fosse, scrivere avrebbe perso parte della sua magia.

In “On Writing” Stephen King parla della propria cassetta degli attrezzi, ché un po’ il bagaglio di trucchi e trucchetti che uno scrittore – aspirante o navigato – si porta appresso. Immaginala un po’ come la trousse dei tuoi cosmetici o il kit per cambiare gli pneumatici che tieni in automobile. Come per tutte le cose, si inizia un passo alla volta – una parola alla volta – e mano a mano che maturerai esperienza in questo campo, anche la tua cassetta crescerà di conseguenza, contenendo solo gli strumenti che tu avrai ritenuto essere i più utili e indispensabili.
Il primo strumento è senza dubbio il vocabolario. Ma non inteso come lo Zanichelli che  occhieggia dal ripiano della libreria, quello che portavi sottobraccio sui banchi di scuola per il tema d’italiano. Quello fa sempre comodo, ma non puoi portartelo dietro – e ok, ci sono anche le versioni on-line, ma di solito quelle costano e sarebbe consigliabile consultarle al momento del bisogno; sto parlando del vocabolario mentale, ossia il numero di parole che conosci e il relativo ventaglio dei sinonimi e contrari.
Più ampio è il tuo lessico, meno faticherai a scrivere e meno ti scervellerai per trovare un sinonimo. La scrittura è magia, pura e semplice, è incantare occhi e cuori mentre racconti una storia, tenere incollati i tuoi lettori col suono delle parole che usi. Ma, come per tutto, ci vuole misura. Ci vuole metodo.
Un lessico pomposo e barocco ha senso solo in un determinato contesto. In un romanzo storico ambientato nell’Ottocento, ad esempio, non c’è spazio né per le diavolerie moderne – il computer, i razzi che vanno sulla Luna, gli smartphone, ma anche la televisione, la radio e il rasosio elettrico – né per gli anglicismi con cui infarciamo la nostra lingua.
Le costruzioni lessicali saranno le stesse, ché l’italiano, almeno in questo, è rimasto costante a se stesso; ma un giovanotto del 1850 non chiamerà un taxi, noleggerà una carrozza; una fanciulla del 1870 penserà ad aggiungere un’altra balza alla gonna e un altro ceppo nel camino acceso; un bambino avrà le mani e le maniche sporche d’inchiostro, sempre che non sia costretto a lavorare come spazzacamino. Sconsiglio di cuore espressioni come “repente, mi porse il guilderdone”, che farebbero la loro figura in un libretto d’opera.
Ma se la nostra ipotetica storia è ambientata ai giorni nostri, in un intervallo di tempo che va dal 1990 al 2010, risulterà alquanto affettata un’espressione come “oggi è il mio anniversario di nozze!” o “essa mi ha risposto di no”, a meno che a pronunciare queste battute non sia la zia ultrasettantenne, quella con il riflesso celestino tra i capelli e il golfino sulle spalle anche a Ferragosto.
Meglio limitarci, in questo caso, a formule più attuali – che non significa colloquiali – come “oggi è il mio anniversario di matrimonio” o “lei mi ha risposto di no” (tralascio il fatto che ella è pronome personale di terza persona che si usa, appunto, per le persone, mentre essa è il suo omologo per animali e cose).

Sì, ma cosa leggere?

Di tutto.
Saggi per documentarsi (ma ci torneremo), romanzi per evadere, racconti, autobiografie, sceneggiature, fumetti. Quello che ti piace. Ma, mi raccomando, scegli opere in italiano. Scritte e pensate in italiano, e te lo consiglio non tanto per sciovinismo nazionale, quanto per non incappare in costruzioni ibride e poco naturali.
Traduire c’est trahir, dicono i nostri cugini francesi e hanno ragione, specie per quello che riguarda il passaggio dall’inglese all’italiano. La stragrande maggioranza dei romanzieri che ci osservano sugli scaffali delle nostre librerie sono anglosassoni, o hanno prodotto il loro elaborato in inglese. E spesso, traduttori poco accorti usano dei calchi linguistici, ossia riportano in italiano una costruzione esistente in inglese. Perché quando traducono non pensano in italiano. Pensano in inglese. E lo stesso avviene anche in francese, in spagnolo, in portoghese e via cantando.
Quindi, entra in libreria e datti alla pazza gioia.
Spazia da Calvino a Montale, da Camilleri a Sciascia, Eco, Ammaniti, Carofiglio, Recami, Manzini, Baricco (anche se mi sanguina il cuore a scrivere il suo nome). Evita i fenomeni letterari del momento, da Moccia a Volo a chiunque altro apparirà in vetrina da qui fino a Natale. Scegli con oculatezza. E goditi la lettura.

Bibliografia:

  • Stephen King, On writing- A Memoir of the Craft, Scribner, New York, 2000 (trad. it. On Writing: Autobiografia di un mestiere, traduzione di Tullio Dobner, collana Narrativa, Sperling & Kupfer, Milano, 2001, pp. 310, ISBN 88-200-3101-9).

 

 

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5 thoughts on “La Cassetta degli Attrezzi 1: I ferri del mestiere

  1. Probabilmente, non susciterò l’unanime approvazione, ma ritengo che il talento non s’impara. Il talento ce l’hai o non ce l’hai. Esso va oltre lo scrivere bene, il saper raccontare una storia. E’ legato soprattutto all’emozione, alla capacità di conficcarsi nel cranio e nell’anima del lettore. Non le impari queste cose. Ce le hai già dentro. A volte vengono fuori da sole, a volte hai bisogno di qualcuno che ti aiuti a riconoscerle: un manuale, un insegnante, poco importa.

    Engel.
    (c’est moi! La devo smettere di cambiare nickname ovunque – sembro affetta da disturbo dissociativo della personalità).

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    1. Mais bonjour !
      Felicissima di ritrovarti anche qui- e mi stavo giusto giusto chiedendo chi fossi, col mio cervellino arteriosclerotico che se ne sta pigro e pasciuto a girarsi i pollici sull’amaca.
      Io credo che il talento no, non sia qualcosa che s’impara. È qualcosa che hai o non hai, e che si tratti di sfornare torte di mela o scrivere un romanzone à la “Guerra e Pace” non importa.
      È una cosa che ti viene quasi naturale. Però il talento va coltivato, come si fa colle piante, ché sotto al faro non c’è luce. E sì, un manuale va bene, per cominciare. Un maestro anche, ma c’è il sensibile rischio che l’allievo plasmi la sua penna su quella del mentore e non sviluppi una propria voce. . Scrivere è qualcosa che si impara, c’è poco da fare. Se hai il guizzo, se sai tenere il lettore incollato alla pagina, parti avvantaggiato. Ma il talento, da solo, non basta. È la gavetta, quella che ti aiuta a riconoscere i tuoi pregi e i tuoi limiti, e a correggere il tiro e a migliorare quello che fai, siano esse torte di mele o romanzi epocali.
      Il mio consiglio è sì, prendere un manuale di scrittura creativa, leggerlo, assorbirlo ed applicare quei principi guida alla propria penna. Ma se non c’è umiltà alla base, se ci si sente il nuovo [INSERT NAME], temo non si vada molto lontano.

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      1. Ah ah ah. Sì bazzico … su wordpress metto tutte le cose che mi piacciono.
        Sono assolutamente d’accordo con te. Il talento da solo non basta, ma senza sei fregato. Talento e esercizio/studio vanno di pari passo, ma mentre il primo è innato, il secondo lo eserciti. Prendendo tutte le pubblicazioni letterarie in un anno, di talentuosi ce ne sono pochi … perché è anche difficile riconoscerlo il talento.
        Uhm … direi che il talento è la capacità di gestire i dettagli.

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      2. C’è anche il problema che il talento può avere una sua data di scadenza. Nel senso che una persona può avere talento in un particolare momento storico della sua vita (mentre scrive la tesi, mettiamo) e che questo poi si esaurisca quando le abitudini e gli orari cambiano. Forse hai ragione tu quando dici che il talento è la capacità di gestire i dettagli, e quella, o ce l’hai, o non ce l’hai; ma, secondo me, si può imparare a gestire, questi dettagli. Capiamoci, non ti verrà mai naturale, nemmeno dopo anni di esercizio; ma, almeno, hai imparato a fare qualcosa di diverso, cosa che, spesso, il talentuoso nemmeno si sforza a compiere.

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